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Carrie e il bullismo ai tempi dei social

Дата публикации: 10-10-2026 08:12:16

Carrie e il bullismo ai tempi dei social

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10 ottobre 2026 | 10:12

Carrie e il bullismo ai tempi dei social

Carrie torna in una nuova versione nell’era dei social, tra bullismo, cyberbullismo, isolamento e fragilità degli adolescenti grazie allo sguardo di Mik Flanagan.

Un’umiliazione a scuola, oggi, non finisce necessariamente quando suona la campanella. Può essere filmata con uno smartphone, condivisa sui social e continuare a circolare anche quando chi l’ha subita, torna a casa. È questo il cuore di “Carrie”, la nuova serie firmata da Mike Flanagan, tratta dal romanzo di Stephen King, che dal 7 ottobre porta su Prime Video una storia nata 50 anni fa ma ancora profondamente attuale.

A 50 anni dalla pubblicazione del libro, la storia viene trasferita nell’era digitale e diventa anche un racconto sull’adolescenza contemporanea, sul bisogno di appartenenza e sulle conseguenze di un bullismo che oggi può uscire dai confini della scuola e raggiungere un pubblico potenzialmente infinito.

Carrie White è una 16enne cresciuta in isolamento, lontana dai coetanei e dalle normali esperienze dell’adolescenza. Quando arriva al liceo, si trova improvvisamente davanti a un mondo che non conosce e nel quale ogni differenza può diventare un bersaglio. Nella nuova serie, però, quel mondo è quello degli smartphone, dei social network e della ricerca continua di approvazione. Carrie non conosce le regole non scritte del gruppo, non possiede nemmeno uno smartphone e appare diversa nel modo di vestire, parlare e comportarsi. La sua diversità diventa immediatamente visibile, e ciò che accade a scuola può essere trasformato in un contenuto da condividere online.

È forse questa la trasformazione più importante rispetto alla storia originale. Nel romanzo di Stephen King, il bullismo si consuma soprattutto negli spazi fisici della scuola. Oggi quel confine è molto più sottile; un video può essere registrato durante l’intervallo e continuare a circolare per ore; una fotografia può diventare virale; un commento può raggiungere persone che non erano nemmeno presenti. Ma soprattutto, una volta in rete, un contenuto è eterno, si moltiplica, si può inviare infinite volte e se ne perde per sempre il controllo.

Il cyberbullismo introduce infatti una dimensione nuova: non richiede necessariamente la presenza fisica del bullo e della vittima. Secondo Istat, nel 2023 il 34% degli 11-19enni ha dichiarato di aver subito almeno una forma di vessazione online; per il 7,8% gli episodi si sono verificati con frequenza mensile o superiore. Il fenomeno non riguarda una minoranza marginale. L’indagine Istat mostra che il 68,5% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ha subito nell’anno precedente almeno un comportamento offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione, online o offline, il 21% ha vissuto episodi di questo tipo più volte al mese, mentre tra gli 11-13enni la percentuale sale al 23,7%. Il dato più significativo è forse proprio la sovrapposizione tra dimensione fisica e digitale: il 30,1% dei ragazzi dichiara di aver subito vessazioni sia offline sia online, mentre il 3,8% esclusivamente online. I social, quindi, non hanno sostituito il bullismo tradizionale: lo hanno esteso e, in alcuni casi, amplificato.

Il problema non è soltanto essere vittima di un episodio di bullismo, è sapere che quell’episodio può essere visto da tutti. Una presa in giro davanti alla classe può trasformarsi in una fotografia, un video o una storia condivisa. La vittima non deve più affrontare soltanto lo sguardo dei compagni presenti, ma quello di una platea potenzialmente molto più grande, e l’umiliazione può essere riproposta anche dopo giorni o settimane. Il cyberbullismo si avvale di concetti prima impensabili: condivisione, creazione di meme che ridicolizzano e diventano virali, video su TikToc, shorts che sfuggono al controllo. È proprio questo uno degli aspetti che Mike Flanagan ha voluto esplorare nella nuova serie. Il regista ha raccontato di aver guardato alla storia di Carrie anche attraverso le preoccupazioni legate al figlio, prossimo all’ingresso alle superiori, e alle nuove forme di pressione che gli adolescenti affrontano online.

Cyberbullismo

Dietro il bullismo, però, esiste un meccanismo molto più antico dei social: il bisogno di appartenere. Durante l’adolescenza l’identità è ancora in costruzione e il giudizio dei coetanei può assumere un peso enorme. Vestiti, aspetto fisico, linguaggio, gusti e comportamenti diventano strumenti attraverso i quali si cerca di capire se si è dentro o fuori dal gruppo. I social aggiungono una dimensione ulteriore: rendono l’approvazione visibile e quantificabile. Like, commenti, follower e visualizzazioni possono diventare indicatori della popolarità. E quando il gruppo sceglie un bersaglio, il singolo episodio può trasformarsi rapidamente in una dinamica collettiva.

La nuova Carrie mette in discussione anche la figura del semplice “bullo”. Online le persone possono sentirsi più libere di essere aggressive o crudeli perché non vedono immediatamente la reazione della vittima. La distanza dello schermo può attenuare la percezione delle conseguenze.  Ma esiste anche una responsabilità più ampia, partecipare dietro allo schermo di uno smartphone, ridere alle spalle della “vittima”, non rende meno colpevole. Non bisogna essere l’autore diretto di un’aggressione per alimentarla. Condividere un video, commentare, mettere un like o scegliere di non intervenire significa comunque entrare nella dinamica del gruppo. Flanagan ha spiegato di voler costruire personaggi più complessi, evitando una semplice contrapposizione tra buoni e cattivi e concentrandosi invece sulla linea che separa crudeltà e gentilezza.

Questa serie riflette anche una delle grandi contraddizioni dell’adolescenza digitale: si può essere costantemente connessi e sentirsi comunque soli. Un recente studio dell’Inapp, condotto su 4.750 bambini e ragazzi tra i 7 e i 14 anni, mostra quanto il passaggio alla preadolescenza sia delicato. In seconda media il 90,7% dei ragazzi possiede uno smartphone personale e il 74,8% è iscritto ai social. L’uso quotidiano o quasi dei social raggiunge il 55,3% tra i dodicenni. Parallelamente cresce il senso di isolamento. In seconda media una ragazza su quattro si sente spesso, molto spesso o sempre sola, contro il 16,5% dei coetanei maschi. È una contraddizione solo apparente: essere sempre raggiungibili non significa necessariamente sentirsi compresi.

Cyberbullismo

Non esiste soltanto il bullismo fatto di insulti e aggressioni. C’è anche quello più sottile dell’esclusione: non essere invitati, essere ignorati in una chat, venire esclusi da un gruppo o vedere gli altri organizzare qualcosa senza poterne far parte, possono diventare esperienze particolarmente pesanti durante l’adolescenza. Senza contare il bullismo da “niente sociale e smartphone“. Sono sempre meno i bambini e i ragazzini cui i genitori rimandano l’acquisto di uno smartphone e per questo vengono esclusi e ridicolizzati dalla classe e dal branco. In una società e in una scuola fatta di chat di classe e registri elettronici, chi non possiede ancora un cellulare viene relegato ai margini della vita sociale scolastica. I dati Inapp mostrano che proprio questa forma di prevaricazione è particolarmente presente tra le ragazze: in seconda media il 20,7% dichiara di essere stata esclusa o ignorata sui social, contro il 14,3% dei coetanei maschi. La solitudine, quindi, può essere alimentata non dall’assenza di connessioni, ma dalla percezione di essere continuamente fuori dal gruppo.

L’aggiornamento della storia all’era dei social non nasce soltanto dalla necessità di rendere contemporaneo il romanzo. Flanagan ha raccontato di essersi confrontato anche con un caso di cyberbullismo avvenuto in California, che gli ha mostrato quanto un episodio online possa coinvolgere rapidamente un’intera comunità. L’esperienza ha contribuito alla decisione di non realizzare semplicemente una nuova versione del film di Brian De Palma, ma di utilizzare la storia di King per raccontare una generazione cresciuta con internet. La nuova Carrie diventa così anche un modo per interrogarsi su cosa significhi oggi essere adolescenti quando scuola, amicizie e vita digitale sono ormai strettamente intrecciate.

Il nocciolo della serie ruota attorno a una semplice domanda: perché un adolescente sceglie di partecipare al branco? Non sempre per cattiveria. A volte per paura di diventare il prossimo bersaglio. Altre volte per ottenere approvazione o semplicemente per non essere quello diverso dagli altri. È una dinamica che può trasformare anche chi non è inizialmente aggressivo in parte del problema. La pressione del gruppo può essere potente quanto quella esercitata direttamente dal bullo. E sui social questa pressione diventa ancora più evidente, perché ogni comportamento può essere osservato, commentato e giudicato dagli altri.

E qui entriamo nel tema più delicato e controverso: l’età di accesso ai social, al centro del dibattito internazionale. L’Australia è stata il primo Paese a introdurre, dal dicembre 2025, l’obbligo per le principali piattaforme di impedire agli under 16 di avere un account. Il provvedimento riguarda, tra gli altri, Instagram, TikTok, Facebook, Snapchat, YouTube e Reddit. Anche in altri Paesi sono state introdotte o sono allo studio restrizioni per i più giovani. La domanda, però, non riguarda soltanto l’età. Riguarda quanto siano adatti questi ambienti a un adolescente. I social network non sono stati progettati originariamente come spazi educativi o come luoghi costruiti sulle esigenze psicologiche dei ragazzi. La soglia dei 13 anni adottata da molte piattaforme deriva dalla normativa statunitense sulla privacy dei minori, non da una valutazione dello sviluppo emotivo e sociale dell’adolescente. Questo significa che un ragazzo può trovarsi molto presto dentro ambienti costruiti attorno a meccanismi come like, follower, notifiche, contenuti suggeriti dagli algoritmi e scorrimento continuo. Strumenti pensati per aumentare il coinvolgimento possono avere un peso particolare proprio in una fase della vita in cui il giudizio degli altri e il bisogno di appartenenza sono ancora così forti. Ed è qui che Carrie diventa ancora più attuale. La questione non è soltanto se un adolescente debba avere uno smartphone o un profilo social, ma se abbia gli strumenti per affrontare un ambiente digitale nel quale popolarità, esclusione e umiliazione possono diventare pubbliche in pochi secondi. Il problema, quindi, non è demonizzare i social. È chiedersi se l’ingresso dei ragazzi in questi spazi debba avvenire alla stessa età e con le stesse regole previste per gli adulti, oppure con strumenti, limiti e protezioni realmente pensati per l’adolescenza.

Contrastare il bullismo sui social non significa soltanto controllare lo smartphone. Scuola, famiglia e adulti di riferimento hanno un ruolo decisivo nel riconoscere i segnali e intervenire prima che l’isolamento diventi più profondo. Un adolescente che cambia improvvisamente comportamento, evita la scuola, si chiude in se stesso o appare preoccupato dopo aver ricevuto notifiche può manifestare un disagio che non va sottovalutato. Il primo strumento resta il dialogo: ascoltare senza minimizzare e senza colpevolizzare chi racconta ciò che sta vivendo.Dalla famiglia occorre apprendere anche lo spirito critico e la necessità di non uniformarsi al branco: ragionare con la propria testa, scegliere non per farsi accettare a tutti i costi ma come frutto di un pensiero non uniformato. La scuola deve offrire uno spazio sicuro in cui segnalare episodi di bullismo e cyberbullismo, mentre la famiglia può aiutare i ragazzi a sviluppare un uso consapevole dei social. L’Inapp sottolinea proprio la necessità di rafforzare gli interventi di supporto relazionale e sociale già nella fase che precede l’adolescenza. La sfida, per gli adulti, è anche imparare a conoscere il mondo digitale senza trasformarlo esclusivamente in uno strumento di controllo. Non basta sapere quanto tempo un ragazzo trascorra online: bisogna capire cosa vive quando è online, con chi interagisce e come si sente. Perché il cyberbullismo non si combatte soltanto togliendo un telefono dalle mani di un adolescente, anche costruendo intorno a lui una rete di adulti capaci di accorgersi quando qualcosa cambia, ascoltare senza giudicare e intervenire prima che la solitudine diventi invisibile. E soprattutto significa dedicare tempo ai ragazzi, spiegare, aiutare a comprendere, invece che abbandonarli per ore attaccati allo schermo.

Mezzo secolo dopo il romanzo di Stephen King, il mondo è cambiato, ma il bisogno di essere accettati, la paura dell’esclusione e la fragilità dell’adolescenza sono rimasti. È cambiata, però, la portata delle conseguenze, un tempo una vergogna poteva rimanere confinata dentro una scuola. Oggi può essere registrata, condivisa e riproposta davanti a un pubblico potenzialmente infinito. È forse questa la paura più contemporanea raccontata da Carrie: non la telecinesi, ma una rete capace di trasformare un momento di fragilità in qualcosa che sembra non poter più essere cancellato. La serie parte dall’horror, ma arriva a una riflessione molto concreta sull’adolescenza: dietro ogni schermo c’è una persona e anche online scegliere tra crudeltà e gentilezza resta una responsabilità individuale.

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