Il grottesco dovrebbe far vedere meglio una realtà attraverso la sua deformazione. Qui la deformazione sembra un modo per renderla più facile da riconoscere e più immediatamente consumabile. Un film troppo cartoon per dare consistenza al dramma, e troppo impegnato a ricordarci la serietà del dramma per lasciarsi andare fino in fondo al cartoon
Dire che Digger sia un film stupido è sbagliato. Alejandro González Iñárritu non è un regista qualunque, e negli anni ha abituato il suo pubblico alla sorpresa. Dal suo esordio con Amores perros, Iñárritu ha fatto della frammentazione del racconto un tratto riconoscibile del proprio cinema, sviluppato poi in 21 grammi e portato su scala globale con Babel. Con Biutiful si è concentrato invece sulla traiettoria di un solo protagonista, mantenendo quella tensione verso il tragico che attraversa i suoi primi film, facendola esplodere in un personalissimo dramma dai tratti amletici, nel quale la sofferenza trova il proprio esito più radicale non nella morte, ma nella necessità di continuare a vivere. Birdman ha segnato la prima vera svolta: alla sofferenza è subentrata una vena grottesca, e il virtuosismo del piano sequenza apparente ha trasformato la crisi di un attore in una riflessione sul successo e sul riconoscimento artistico. Poi sono arrivati il confronto fisico con la natura di The Revenant – che a molti è parso come un semplice tour de force pirotecnico (ed è vero), ma visivamente resta sbalorditivo –, e quello con la propria identità di Bardo, dove la dimensione autobiografica si dissolve continuamente nel sogno.
Questo Digger è il suo film più esplicitamente politico. Non che Iñárritu non abbia mai affrontato tematiche politiche o sociali, tutt’altro, i suoi film sono sempre intrisi di spunti e critiche verso quelle dimensioni, ma mai si era spinto fin qui. Soprattutto, questo bisogna dirlo fin da subito, mai era stato così didascalico.
Il regista usa il teatro per parlare di varie tematiche del presente che gli stanno a cuore. Innanzitutto la crisi climatica e il surriscaldamento globale alimentato dall’uso dei combustibili fossili. Digger significa infatti “scavatore”, e il protagonista, impersonato da un Tom Cruise invecchiato (anche se 64 anni li ha anche nella realtà, ma vabbè…) e trasfigurato, rappresenta la classica figura del potente americano che non vuole ascoltare nessuno, determinato solo a far accrescere il proprio patrimonio, anche a costo di distruggere il mondo. Ma questo personaggio non è in realtà il vero personaggio. È soltanto un simulacro del vero personaggio, perché capiamo dopo poco che Digger è soltanto il personaggio di una pièce teatrale chiamata Fossil Fools, incentrata per l’appunto sul petroliere Digger Rockwell.
Il vero protagonista è in realtà Curtis Markson, l’attore che interpreta Digger, il quale mentre sta facendo le prove scopre di avere sua figlia dispersa su un volo a causa di un uragano, ed oltre a questo è afflitto da potentissime crisi attoriali ed esistenziali sulla banalità della pièce e sul modo semplicistico col quale l’opera tratta tematiche importanti e personalità politiche ridotte a macchiette. La parte più interessante di Digger è sicuramente questa, che si riallaccia poi alle turbe egoiche di Birdman, e in qualche modo anche a Bardo, formando una ideale trilogia teatrale iñárrituiana – mio giudizio: speriamo sia solo una trilogia.
Un film metacinematografico, metateatrale quindi. Peccato che la gran parte di pellicola che vediamo sullo schermo sia la messa in scena della pièce, non la parte meta – Iñárritu ha peraltro dichiarato che alcune scene sono state tagliate per rispettare la durata richiesta dalla Warner; la versione in sala dura circa 128 minuti. La gran parte del film è ridotta a scenette di bassa lega sui potenti del mondo che si trovano ad affrontare una grave tragedia climatica, incapaci di mettersi d’accordo e di trovare una soluzione realmente efficace. Incapaci di cambiare minimamente l’ordine esistente. Non che non sia così, per carità. Lo scenario politico attuale è più o meno come ritratto da Iñárritu, però la realizzazione è davvero fastidiosa. Ma non fastidiosa nel senso di cinico e pruriginoso. Al contrario, è fastidiosa proprio per quanto è innocua. Ogni personaggio arriva con il proprio significato già stampato in fronte, e ogni battuta serve a confermare qualcosa che già sappiamo da tanto tempo, che abbiamo capito prima ancora che venga pronunciata. Si ride, quando si riesce, della riconoscibilità del bersaglio; anche se riconoscere un bersaglio non è ancora un risultato satirico, soprattutto quando quel bersaglio è già quotidianamente impegnato a fare la caricatura di sé stesso.
Il riferimento a Donald Trump, per esempio, è talmente accessibile da rendere quasi superfluo il lavoro dello spettatore. E va benissimo fare un film contro Trump, ci mancherebbe. Si può però chiedere a un regista come Iñárritu di trovare una forma capace di restituirci qualcosa che non sia già contenuto nella nostra opinione su Trump? Il grottesco dovrebbe permettere di vedere meglio una realtà attraverso la sua deformazione. Qui la deformazione sembra soprattutto un modo per renderla più facile da riconoscere e più immediatamente consumabile. Ci si ritrova così davanti a un film troppo cartoon per dare consistenza al dramma, e troppo impegnato a ricordarci la serietà del dramma per lasciarsi andare fino in fondo al cartoon. Come se Crozza fosse assoldato da Hollywood: il risultato sarebbe spassoso sicuramente, ma da Iñárritu mi aspetto altro.
L’altro tema del film è l’impossibilità reale di fare qualcosa su questo mondo, per via della distorsione dei media, dei social e anche forse di una endemica stupidità umana sopravvenuta negli anni. È un’impotenza che coinvolge anche l’arte, e che dovrebbe dare un senso alla crisi di Curtis: come si racconta una catastrofe a un pubblico ormai abituato a consumare qualsiasi cosa come spettacolo? La domanda è interessante, ma il film sembra avere già pronta una risposta piuttosto comoda. Se il mondo è diventato troppo stupido per essere raggiunto da un discorso sensato, anche la banalità di quel discorso trova una giustificazione. E da questo punto di vista Iñárritu pare riconnettersi direttamente al cinema di Paul Thomas Anderson. Non a quello con cui viene più scontato fare il confronto, quello di Il petroliere, bensì all’ultimo Anderson di Una battaglia dopo l’altra, col quale Digger condivide non solo lo spirito, ma anche la vision produttiva. Dietro entrambi c’è infatti la politica portata avanti in Warner Bros. da Mike De Luca e Pam Abdy, che hanno scommesso sulla possibilità di fare del cinema d’autore un grande evento popolare, concedendo ai registi una libertà creativa e risorse economiche sempre più difficili da ottenere a Hollywood. Secondo i due, il grande nome dietro la macchina da presa e la star davanti diventano la promessa di uno spettacolo capace di raggiungere un pubblico ampio senza rinunciare all’ambizione artistica.
Inutile dirlo infatti: il film è girato sontuosamente, nonostante una sceneggiatura un po’ traballante. Il direttore della fotografia (qui anche produttore), Emmanuel Lubezki, collaboratore storico di Iñárritu, è in stato di grazia. Tuttavia, io capisco che per fare il cinema ci vogliono molti soldi, e i produttori sono da sempre coloro che permettono la creazione di un film, e al tempo stesso la loro distruzione. Ma a tutto c’è un limite. Si può provare a tollerare (io non ci sono riuscito!) Di Caprio e Del Toro che parlano di socialismo, ma Tom Cruise, nome in codice Top Gun, che ci fa la lezioncina su quanto sono cattivi gli Usa è più difficile da metabolizzare. E non è vero che Tom Cruise è stato messo lì proprio perché incarna un certo stereotipo di americanismo rampante. Cruise è un fan di Iñárritu dai tempi di Amores Perros, e l’idea del film è nata nel 2018, quindi la scelta non è stata così mirata, ma il frutto di una lunga ammirazione reciproca.
Pare ci troviamo di fronte a uno dei più grandi flop di Hollywood. Ormai capire realmente quanto è costato un film diventa sempre più difficile. I 125 milioni di dollari inizialmente stanziati sarebbero diventati, secondo Variety, tra i 160 e i 180 milioni per la sola produzione. A questi si aggiungerebbero circa 100 milioni per la promozione. Fatto sta che, al 7 ottobre, gli incassi mondiali si fermano a circa 20,6 milioni. Da una parte, è anche giusto: 180 milioni di dollari per un film, tutto sommato, teatrale… Togliendo il cast stellare, quale sarebbe stato il costo reale del film?
Per concludere, non tutto quello che sembra banale è automaticamente criptico. Anche se a proporlo è un grande regista come Iñárritu, che fa di tutto, in quelle manciate di minuti metacinematografiche, metateatrali, per convincerci che quello che ci sta facendo vedere non piace nemmeno a lui, ma è stato imposto dalle nuove direttive Warner. Ad alcune anime belle va bene così e ci proiettano altro. Per altri è un semplice passo falso.