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Riforma medici di famiglia, salta la proposta di assunzione diretta per le Case di comunità

Дата публикации: 11-06-2026 08:39:33

Il no dei sindacati blocca la riforma dei medici di famiglia, mettendo a rischio i target del Pnrr. Ecco quali opzioni restano ora

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Il no dei sindacati ha bloccato il decreto legge per la riforma dei medici di famiglia. Anche se tornerà a essere discusso, le componenti principali sono state bocciate. Durante la riunione tra gli assessori regionali alla salute e il capo di gabinetto del ministero della salute, Marco Mattei, è stato confermato lo stop alla riforma.

Quel poco che resta è un provvedimento all’emendamento in esame al Parlamento, con un impatto minore rispetto all’ipotesi iniziale, oppure inserendo l’obbligo per i medici di famiglia di garantire almeno sei ore settimanali di presenza nelle case della comunità. Quest’ultimo punto però non è stato ancora discusso con i sindacati.

La fine della riforma dei medici di famiglia non è arrivata senza malumore, infatti è stato registrato l’abbandono del suo ruolo di vice coordinatore della commissione salute delle regioni di Guido Bertolaso, uno degli artefici della riforma.

Bocciata la riforma dei medici di famiglia

Non del tutto bocciata, si potrebbe dire “congelata” la riforma dei medici di medicina generale. Il provvedimento non era ancora stato presentato dal ministero della Salute, ma durante la riunione tra gli assessori regionali alla salute e il capo di gabinetto Mattei, è arrivata la conferma dello stop.

Dietro ci sarebbe l’opposizione dei sindacati dei medici e parte della maggioranza che avrebbe fatto saltare la riforma. Riforma voluta da molte regioni, anche quelle a trazione centrodestra.

La riforma, ricordiamolo, era fortemente voluta dal ministro della Salute Orazio Schillaci, con l’obiettivo di arrivare a un passaggio alla dipendenza per una parte dei medici di base e il loro ruolo all’interno delle case di comunità.

Una riforma che non piaceva ai medici

Riempire le case di comunità con medici di famiglia, questo era il piano del ministro della Salute per far funzionare il progetto finanziato con il Pnrr.

La corsa per far funzionare le Case di comunità (e non perdere le risorse del Pnrr) sembra però essere stata bloccata proprio dai protagonisti di queste.

Ricordiamo che il testo prevedeva l’introduzione della possibilità di assunzione di medici di famiglia come dipendenti del servizio sanitario nazionale in quelle regioni che soffrono di maggiori carenze di organico o difficoltà organizzative. Lo stesso valeva anche per i medici con specializzazioni affini, come geriatria e medicina interna.

I sindacati però non hanno apprezzato. Silvestro Scotti, segretario di Fimmg, aveva dichiarato lo stato di agitazione lo scorso mese parlando di “forzature istituzionali”. Si parlava di diritto di un intervento della Corte costituzionale.

Secondo Scotti, infatti, per salvare i target del Pnrr si rischiava di smantellare il rapporto di fiducia tra medico e paziente, trasformando l’assistenza territoriale in uno sportello burocratico.

Cosa resta della riforma?

Qualcosa della riforma resta. Ci sono almeno due opzioni. Da una parte procedere con una norma attraverso un emendamento o un provvedimento già in esame al Parlamento. Dall’altra affidare all’atto di indirizzo per il rinnovo della convenzione, inserendo l’obbligo per i medici di famiglia di garantire sei ore settimanali di presenza nelle Case della comunità.

Un passaggio del tutto incerto, perché non ancora discusso con le organizzazioni sindacali. Soprattutto un’ipotesi che non piace alle regioni perché solo una norma è in grado di dare garanzie sull’effettiva applicazione della misura.

Al momento della riforma dei medici di famiglia, quindi, resta poco e potrebbe essere necessario ridiscutere tutto il piano. Di fronte a questa ipotesi, Guido Bertolaso, assessore alla sanità della Lombardia e vice coordinatore della commissione salute delle regioni, ha deciso di dimettersi. Ha espresso il suo dissenso e l’amarezza per la scelta che a suo giudizio farebbe solo perdere un’occasione per mettere davvero mano alla riforma della medicina generale.

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