Nel 2000 il film Erin Brockovich vale a Julia Roberts il premio Oscar. È la storia vera di un?impiegata di uno studio legale che ottiene un risarcimento per gli abitanti di Hinkley,...
Nel 2000 il film Erin Brockovich vale a Julia Roberts il premio Oscar. È la storia vera di un’impiegata di uno studio legale che ottiene un risarcimento per gli abitanti di Hinkley, in California, colpiti dalla contaminazione delle falde acquifere. Ventisei anni dopo la protagonista di quella vicenda ha lanciato una piattaforma per raccogliere segnalazioni sui data center costruiti senza informare chi vive nelle aree interessate.
Le due storie pongono la stessa domanda, come accompagnare una trasformazione coinvolgendo chi ne subirà gli effetti? Per decenni il nostro mestiere ha avuto interlocutori definiti, enti autorizzativi, amministrazioni e decisori pubblici. Oggi, accanto a loro, c’è un pubblico frammentato di residenti, comitati e gruppi che possono nascere sui social intorno a una singola protesta. Un dibattito che coinvolge anche bot e account non autentici: a fine agosto X ne ha individuati circa duecento, di origine cinese, attivi nel manipolare il dibattito americano sui data center. Il lobbying resta essenziale, ma non basta più. Serve un lavoro di local advocacy che inizi prima del cantiere, spieghi le ricadute dell’opera, coinvolga la comunità e presidi l’informazione.
Il Novecento ci ha già lasciato una lezione. L’urbanista Robert Moses progettò un’autostrada che avrebbe attraversato Lower Manhattan, cancellando quartieri storici. A opporsi fu Jane Jacobs, giornalista e attivista convinta che gli abitanti dovessero partecipare alla costruzione della città. Fermò il progetto, dimostrando che nessuna trasformazione può essere imposta senza ascoltare chi dovrà viverla.
I data center sono l’infrastruttura fisica della società digitale. Ospitano cloud, intelligenza artificiale, dati e capacità di calcolo. Farne a meno sarebbe come se negli anni Cinquanta avessimo rinunciato a strade e ferrovie. Il problema non è se costruirli ma come farlo e come spiegarne l’importanza ai territori. Per l’Italia è un’opportunità importante. Secondo l’Osservatorio Data Center, tra il 2023 e il 2025 sono stati investiti 7,1 miliardi di euro e per il 2026-2028 ne sono annunciati altri 25,4. Accanto al primato della Lombardia, Roma emerge come nuovo baricentro strategico. Per chi abita vicino a un impianto, tuttavia, i vantaggi del digitale possono apparire lontani. Il cantiere, invece, è concreto. Le preoccupazioni riguardano il consumo di acqua e il possibile aumento del costo dell’energia. La percezione cambia quando emergono anche i benefici. Secondo Embold Research, se un impianto produce sul posto parte dell’elettricità necessaria, la quota di chi teme rincari scende dal 73% al 46%.
Un data center deve raccontare ciò che rende possibile ma anche ciò che restituisce al territorio. Il consenso passa da qui, dalla capacità di rendere concreti i vantaggi per la comunità. Un esempio arriva da Microsoft che a gennaio ha lanciato Community-First AI Infrastructure. Tutela delle bollette, reintegro dell’acqua consumata, occupazione locale, risorse fiscali per i servizi pubblici e investimenti in formazione e no profit sono i cinque impegni assunti per i territori che ospiteranno i suoi data center.
La lezione è chiara, tra le prime autorizzazioni da conquistare c’è quella della cittadinanza. Significa conoscere un territorio, coinvolgerlo e dimostrare con i fatti il valore dello sviluppo proposto. La domanda da anticipare è «Cosa ci guadagna davvero chi vive qui?». Chi comunica per mestiere ha l’occasione di rispondere. Prima che lo faccia qualcun altro.
*Docente Luiss Guido Carli
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