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Il Cammino di San Nilo: passi di acqua e di luce nel Cilento bizantino

Дата публикации: 23-07-2026 08:19:00

L'ANGOLO DEI BLOGGER. Un percorso ispirato ai passi d'un monaco nato nel 910. Da quella storia, nel giugno 2019, è nato il primo cammino certificato dalla Regione Campania

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Nel cuore antico e rigoglioso del Parco Nazionale del Cilento, scendendo giusto un po’ più a sud-est dal suo centro, c'è un percorso ispirato ai passi d'un monaco nato nel 910. Un uomo che nella sua vita quasi centenaria divenne uno dei padri del monachesimo italo-greco, suggellando in una persona sola il fecondo incontro tra l'esotismo dell’Oriente spirituale e la concretezza tirrenica occidentale. Da quella storia, nel giugno 2019, è nato il primo cammino certificato dalla Regione Campania: centodieci chilometri, otto tappe, tredici borghi che si susseguono dal mare all'entroterra montano per tornare di nuovo al mare, da Sapri a Palinuro. Uno scrigno di acqua e di verde, di eremi e grotte che si disvela a passo lento, custodito dall'Associazione Gazania e da chi, come Settimio Rienzo e Francesco Senatore, ha tessuto per anni una trama di storie ancor prima di renderle sentieri.

Noi lo abbiamo percorso in sei giorni, accorpando le prime quattro tappe in due: anche se il consiglio resta quello di assaporare le otto giornate originali senza fretta, al ritmo pensato da chi le ha così disegnate. E se tra gli amici che sono venuti a camminare con me – ben dodici appassionati di avventure a piedi – c'era chi sentiva la necessità di rientrare prima, nel mentre di quest'avventura mi sono convinta una volta di più che il cammino, per essere tale, merita il tempo che gli è stato attribuito per diritto di nascita.

Ma c'è stata un’altra scelta compiuta invece con lungimiranza, e questa sì che la raccomando "caldamente": viste le temperature delle ultime settimane, abbiamo deciso di partire ogni giorno alle cinque di mattina, prima che il sole si facesse bruciante: il dono per il nostro coraggio levantino si è tradotto in sei magnifiche albe, in arrivi comodi entro l'ora di pranzo, in pomeriggi liberi per riposare ed entrare in contatto rilassato e profondo con il territorio.

Ed ecco tutti i miei "perché" il Cammino di San Nilo è ormai considerato, a ragion veduta, uno dei più spettacolari d'Italia. Cominciamo con il perché di Sapri e Palinuro, alfa e omega splendenti piantate in un mare stupendo, a segnare l'incipit e la chiusa di un percorso che abbraccia e saluta il Golfo di Policastro. Peraltro facilitato da una partenza e un arrivo facilmente raggiungibili dalla linea ferroviaria, e dalle Frecce in particolare.

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Poi viene il perché dei molteplici riconoscimenti UNESCO: il Parco Nazionale del Cilento è infatti un paesaggio culturale valutato quale patrimonio mondiale dal 1998 per il suo valore storico, archeologico e naturalistico. Dal 1997 rientra inoltre nel programma MAB di UNESCO, per la conservazione della biodiversità dei suoi ecosistemi, rappresentando un modello di equilibrio tra tutela della natura e sviluppo sostenibile, mentre dal 2010 è divenuto anche un Global Geopark UNESCO, per la sua importanza pure geologica. Nello stesso anno, un ulteriore riconoscimento ha toccato questa terra, con l’inserimento della Dieta mediterranea quale patrimonio immateriale dell’umanità, di cui il Cilento è considerata comunità fondatrice.

Tutto questo – avete capito bene –nel piccolo spazio appena d’una regione storica racchiusa nel nostro sud d’Italia, riparata dal turismo di massa, abitata da un parco selvaggio e incontaminato, da una dilagante macchia mediterranea, punteggiata dal giallo fiorito delle ginestre. Un’eredità di bellezza raccolta dal Cammino di San Nilo in molteplici direzioni, andando a incontrare – tanto per fare qualche esempio - lo spettacolo geologico che si apre alle pendici del Monte Grottillone, con la sua incredibile conformazione a grotte, custodi di reperti archeologici e strutture megalitiche antichissime. A conferma di una terra che qui parla ancora per pietre prima che per parole. 

E come accade anche al fondo della lunga discesa verso il torrente Gerdenaso, tra tornanti sospesi su canyon, per contemplare uno dei fenomeni carsici più affascinanti di tutto il Meridione: quando il fiume Bussento, nato sul Monte Cervati, si inabissa in un enorme inghiottitoio per scorrere poi, per circa cinque chilometri, sotto il Monte Pannello. Fino a riemergere qui, con impressionante potenza, da un sifone naturale: nessun altro fiume in Italia corre per un percorso sotterraneo tanto lungo. Non a caso c’è il perché del San Nilo “cammino di acque”, non solo blu-marine, ma anche verdi e boschive, come anche all'Oasi Capelli di Venere, dove le cascate nate dal rio Bussentino prendono il nome dalla felce che le veste come una femminea chioma, da cui zampillano sottili getti tutt'intorno, cristallinamente smeraldini. E poi c’è il perché del “cammino di eremi”, dall’impronta fortemente arcaica: come quando, attraversando boschi di cerri e lecci, antiche mulattiere di pietra e ponticelli di legno, salutando vecchi mulini, arrivi all’Eremo di San Michele. Dopo una pettata di tutto rispetto - e io suggerisco senza dubbio di mettersi le gambe in spalla per affrontare la "direttissima", piuttosto che i tornanti sull'asfalto: fatica che vale la pena – si giunge in un luogo dominante e isolato da tutto, incastonato nella roccia e segnalato da una grande magnolia solitaria. Due cunicoli scavati nella pietra si aprono al suo interno, in grotte inaspettatamente ampie: un altare, una statua, un bassorilievo del Trecento restituiscono l'atmosfera in cui i monaci italo-greci fondarono uno dei presìdi spirituali più preziosi del sud Italia.

E ancora c’è il perché della montagna, che qui si chiama prima di tutto Bulgheria: che per me è l'Uluru del Cilento, ombelico sacro di questa terra, cui il Cammino di San Nilo gira attorno, per buoni duecentosettanta gradi. Riferimento stabile e "leonessa dormiente" dal profilo lungo e slanciato, 1200 metri di altezza per 10 chilometri di sagoma felinamente sorniona; eppure vedetta perenne su questo Cilento che guarda alla Lucania più che alla Campania, cui per confine appartiene. Come suggeriscono d’altrone i tanti toponimi che occhieggiano a quell'Oriente geografico e sentimentale sentito tanto più vicino.

C'è il perché inoltre dei suoi borghi stupendi, e dei genius loci che lì ci hanno accolto: Torraca, con il castello baronale e le chiesette sospese nella pietra, con il professor Enzo Vaiano, guida e memoria vivente di questi luoghi, che ne ricostruisce per noi la storia. Un borgo conteso da regni, messo a ferro e fuoco e mai piegato, sempre tornato a ricostruirsi. C’è Arnaldo Iudici, guida naturalistica e narratore autentico di questa terra: nelle sue parole il Cilento smette di essere paesaggio e diventa racconto, come quando ci ha introdotti all'Oasi Capelli di Venere, sciogliendo le rocce in poesia. E quindi Jepis a Caselle in Pittari, la cui libreria è un'oasi d’altro tipo, di cultura e coraggio, disseminata di titoli off road e d’un calendario di iniziative quasi miracoloso per un paese tanto sperduto sulla mappa. E poi perché – rulli di tamburi - in piazza a Rofrano incontri Carlo Palumbo, il custode per eccellenza di questo cammino. Ex barbiere del paese, settantasei anni portati con il fisico asciutto di chi ha sempre preferito le montagne alla bottega, Carlo ci accoglie con un cesto di ciliegie appena colte, intrecciato dalle sue stesse mani, e ci narra di piante e detti dialettali, imparati per osmosi dal libro della vita. A Laurito, invece, ad attenderci c’è un altro padre visionario del cammino, Franco Botta, pronto a guidarci tra le chiese e le case della cittadina, tra dipinti, antichi organi e chiacchiere di musica. Dalla terrazza di Casa Natura, intanto, il Monte Bulgheria si lascia fotografare immobile nella sua posa migliore, mentre il sole tramonta sulla sua figura silenziosa, la stessa che l'indomani veglierà sulla nostra partenza ancora buia, mentre il sole sorgerà lentamente attraversando Montano Antilia - tra i comuni più alti del Cilento, - Massicelle, Cuccaro Vetere, fino alla frazione di Eremiti, i cui muri affrescati con frasi ispiranti portano gioia e coraggio dentro i nostri passi.

C’è infine il perché di San Nazario - dove Nilo fu consacrato monaco – a farci comprendere come il cuore spirituale del cammino in fondo batta proprio qui. Lo scopriamo con Marzia, un'altra splendida volontaria del percorso, presente come sempre per consegnare il testimonium, la pergamena che attesta simbolicamente la fine del pellegrinaggio - anche se un'ultima tappa ci attende infine l'indomani. L'ultima alba è infatti quella che da San Mauro digrada dolcemente verso il mare, a chiudere il cerchio con i passi della partenza: colline che si aprono in boschetti e poi di nuovo in ampi orizzonti, campi coltivati, capre e asinelli che salutano il passaggio. La baia di Palinuro appare e scompare, promessa che si avvicina a ogni curva, finché il sentiero si fa sabbia e il mare si spalanca davanti, trovando la via tra rocce scure che sono scogli stavolta, poi sabbia finissima. Perché al Cammino di San Nilo gli dici addio con un bagno, così come gli hai detto ciao.

Immancabile il perché del cibo cilentano: come il pranzo da Palma, con i suoi formaggi strepitosi, o la tavola di Clorinda, imbandita con ricotta, burrata e le salsicce caserecce, pollo alla cacciatora, broccoletti, cicoria e verza. La cucina cilentana nella sua forma più autentica.

Infine perché San Nilo, “ei fu” Nicola da Rossano. Nobile, ricco, sposato e padre, folgorato da una chiamata spirituale così forte da fargli abbandonare tutto - famiglia, averi, nome - per risalire la Calabria da eremita fino al Cilento, sfidando le leggi del tempo, che minacciavano il taglio delle mani a chiunque lo avesse aiutato. Quell'eremitaggio errante lo condusse, negli ultimi anni della sua tanta vita, fino alle porte di Roma. Presso l'antica Tuscolo - l'odierna Grottaferrata - ormai anziano e già noto per la sua santità, Nilo cercava un luogo dove riunire gli amici monaci dispersi. La tradizione narra che gli apparve la Madonna a indicargli proprio quel sito: il conte Gregorio di Tuscolo gli donò quindi i terreni di un'antica villa romana, e lì, nel 1004, i monaci posero le fondamenta dell'abbazia che ancora oggi porta il suo nome, l'unico monastero italo-greco tuttora attivo in Italia.

"Cerca di essere un arcobaleno nella nuvola di qualcuno", si legge su una delle case dipinte nel borgo di Eremiti. Messaggi che restano nello zaino verso casa, come il verde, il blu e la luce del Cilento. Come le mani, i volti, i sorrisi di chi questo cammino lo rende possibile ogni giorno: Settimio Rienzo - autore della guida per Terre di Mezzo editore e fondatore del progetto dei Cammini Bizantini, - poi Francesco Senatore. Quindi Enzo, Arnaldo, Demetria, Clorinda, Carlo, Franco, Jepis, Marzia, Mary e tanti altri che abbiamo incontrato, o che pure non abbiamo potuto conoscere questa volta. I numi tutelari di questa terra sono loro, insieme ai monaci d’un tempo e ai pellegrini di oggi. E agli alberi, che qui Carlo ci insegna a chiamare patriarchi.

Per informazioni: www.camminibizantini.com

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