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La denatalità nel mondo sta sfuggendo di mano

Дата публикации: 22-08-2026 14:51:00

Uno nuovo studio indica che il tasso di fertilità globale è inferiore alla soglia di sostituzione, e nella storia non era mai accaduto. Non è un fenomeno dei paesi ricchi, ormai contagia anche quelli in via di sviluppo: in tutti i continenti, tranne l'Africa, i tassi di natalità sono insufficienti. E dall'Europa alla Cina, nessuno trova soluzioni per invertire il trend. Non significa che la Terra si stia già oggi spopolando, ma che si avvicina il momento dell'inversione della curva

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L’umanità potrebbe essere scesa per la prima volta sotto la soglia globale di sostituzione. In parole semplici: nel mondo potrebbero nascere ormai meno bambini di quanti ne servano, nel lungo periodo, per rimpiazzare la generazione precedente. Non significa che la popolazione terrestre stia già diminuendo. Continuerà probabilmente a crescere per alcuni decenni, perché oggi ci sono ancora moltissimi adulti in età fertile e perché si vive più a lungo. Significa però che la crescita futura potrebbe avere già esaurito la sua spinta. La stima è contenuta in un nuovo studio preliminare degli economisti Jesús Fernández-Villaverde e Patrick Norrick, che hanno ricostruito l’andamento della fecondità in 236 Paesi e territori dal 1950 al 2023.

La soglia di sostituzione viene spesso fissata a 2,1 figli per donna. Su scala mondiale è un po’ più alta: circa 2,2, perché in alcune aree la mortalità resta elevata e nascono più maschi che femmine. Secondo i due studiosi, il tasso globale potrebbe essere sceso sotto quel livello proprio nel 2026. Se il calcolo fosse corretto, cambierebbe la prospettiva sul secolo. Fernández-Villaverde e Norrick collocano il massimo della popolazione mondiale intorno ai nove miliardi nel 2056, quasi trent’anni prima e oltre un miliardo di persone al di sotto dello scenario centrale delle Nazioni Unite, che indica un picco di circa 10,3 miliardi a metà degli anni Ottanta. La distanza tra le due proiezioni impone prudenza ma anche l’Onu, nello scenario di crescita più bassa, prevede che la popolazione mondiale raggiunga il picco nel 2053, fermandosi a circa 8,95 miliardi.

Lo studio di Jesús Fernández-Villaverde e Patrick Norrick, tuttavia, non chiude il dibattito. Preparato per l’Annual Review of Economics, nella versione attualmente disponibile non ha ancora completato l’iter di revisione previsto dalla rivista. Entrambi gli autori sono affiliati all’American Enterprise Institute, un centro studi di orientamento conservatore che da tempo dedica ampio spazio alla crisi mondiale della fecondità. Nel 2024 Population Matters, organizzazione impegnata sui temi demografici e ambientali, aveva già contestato alcune precedenti tesi di Fernández-Villaverde, in particolare l’idea che le differenze tra i registri nazionali delle nascite e le stime dell’Onu dimostrassero una sistematica sovrastima della fecondità globale. 

The Atlantic, inoltre, individua il limite principale di questa tipologia di previsioni: estendono nel futuro le tendenze osservate oggi, come se le scelte delle persone fossero destinate a rimanere immutate. Ma il declino demografico cambierà le strutture familiari, il mercato del lavoro, il costo delle abitazioni e il welfare; trasformazioni che potrebbero influenzare, a loro volta, la decisione di avere figli. Gli stessi Fernández-Villaverde e Norrick riconoscono che, finché non saranno comprese le cause profonde del calo, sarà impossibile prevedere con assoluta sicurezza l’andamento della fecondità nei prossimi decenni.

Al netto delle proiezioni, i dati già disponibili mostrano una tendenza molto più difficile da contestare. In 219 dei 236 Paesi e territori esaminati la fecondità segue una traiettoria discendente; in nessuno di questi casi emerge una stabilizzazione. E il fenomeno non riguarda più soltanto le società ricche e anziane: in tutti i continenti, tranne l'Africa, i tassi di natalità sono insufficienti. La Thailandia è scesa sotto un figlio per donna, la Colombia si aggira intorno a uno, la Tunisia a circa 1,5. Sono Paesi che raggiungono livelli analoghi a quelli di Italia, Corea del Sud o Giappone ma il loro reddito è ancora una frazione di quello delle economie più avanzate. La vecchia carta geografica − Nord ricco e sterile, Sud povero e prolifico − non è più valida.

In un’altra ricognizione, Nicholas Eberstadt e lo stesso Patrick Norrick hanno calcolato che nel 2023 il 71 per cento della popolazione mondiale viveva già in Paesi sotto la soglia di sostituzione. Un’ulteriore ricerca, firmata da Dean Spears insieme ad altri economisti e demografi, mostra che l’indice di sviluppo umano è uno dei più solidi indicatori della fecondità. L’indice misura tre cose: quanto a lungo si vive, quanto si studia e quale reddito si raggiunge. In media, al crescere di questi valori, diminuisce il numero dei figli. Non è una regola fissa, ma le evidenze sono abbastanza forti da incrinare l’idea su cui si regge gran parte del dibattito demografico: si fanno pochi figli perché si sta male, basterebbe aumentare il benessere e le nascite tornerebbero a salire. Le difficoltà economiche contano, naturalmente. Il costo delle case, la precarietà del lavoro, gli asili insufficienti e una divisione diseguale del lavoro domestico possono rinviare una nascita o impedirla del tutto. Eppure sostenere le famiglie non equivale a riportare stabilmente la fecondità sopra la soglia di sostituzione: sul primo terreno la politica può e deve intervenire; sul secondo, finora, ha dimostrato di avere strumenti assai meno efficaci.

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Il quadro è più comprensibile se si osserva com’è cambiato il ruolo dei bambini nella società. Nelle economie agricole un figlio contribuiva presto al lavoro familiare e rappresentava una sicurezza per la vecchiaia. Molti morivano prima di diventare adulti, perciò avere una famiglia numerosa serviva a compensare questo rischio. Il crollo della mortalità infantile, l’urbanizzazione e l’istruzione di massa hanno rovesciato gli equilibri. Da risorsa anche economica della famiglia, il figlio è diventato il suo progetto più impegnativo, sul quale si concentrano grandi investimenti di tempo, denaro e cura.

Pensioni e sanità pubblica, inoltre, hanno ridotto la necessità di affidare ai discendenti la propria vecchiaia. Le donne hanno conquistato istruzione, reddito e autonomia, mentre la distribuzione del lavoro domestico è cambiata molto più lentamente. Oggi le carriere sono scandite da calendari che spesso si scontrano con quelli della biologia. La vita adulta offre possibilità professionali, affettive, culturali e geografiche che un tempo non esistevano o erano riservate a pochi. Avere figli, in definitiva, non è più un passaggio obbligato: è una scelta che compete con molte altre.

Non serve che un’intera generazione rifiuti la genitorialità perché la media crolli: è sufficiente che una parte delle famiglie passi da tre figli a due, da due a uno, da uno a nessuno. Neppure l’immigrazione basta, nel lungo periodo, a mantenere alta la fecondità. Le donne provenienti da Paesi in cui nascono più figli, una volta trasferite in società a bassa natalità, tendono progressivamente ad adottarne i comportamenti riproduttivi. Non è l’origine a determinare il numero dei figli, ma l’ambiente sociale: opportunità, costi, aspettative e prospettive.

La Cina dimostra in maniera lampante quanto sia difficile regolamentare le nascite. Per oltre trent’anni lo Stato ha imposto la politica del figlio unico. L’ha abolita nel 2015, ha autorizzato prima due e poi tre figli e ha infine rovesciato l’intero apparato della pianificazione demografica. Oggi Pechino finanzia le famiglie con bambini piccoli, rimborsa parte delle spese legate al parto, promette più asili e abitazioni accessibili, promuove “concezioni positive del matrimonio e della procreazione”. Dal gennaio 2026 applica perfino l’Iva del 13 per cento ai contraccettivi, esentati per decenni proprio perché servivano a contenere le nascite. Da luglio sono in vigore perfino nuove regole sui "partner" virtuali: i servizi di intelligenza artificiale non possono essere progettati per alimentare la dipendenza emotiva o sostituire le relazioni reali; le grandi piattaforme devono limitare le opzioni attraverso cui gli utenti costruiscono amicizie e storie d’amore. La norma viene presentata come una misura di tutela psicologica, soprattutto per i minori, ma nel contesto cinese è difficile separarla dal tentativo di ricondurre i giovani verso le relazioni, il matrimonio e la famiglia. Nonostante gli sforzi, nel 2025 in Cina sono nati 7,92 milioni di bambini e sono morte 11,31 milioni di persone. La popolazione è diminuita di 3,39 milioni in un anno e la fecondità si aggira intorno a un figlio per donna. Insomma: una legge si cambia in pochi mesi; non altrettanto in fretta si modificano scelte e aspettative plasmate da decenni di controllo delle nascite.

Il Bhutan racconta la medesima inversione di politiche, soltanto in scala più piccola. Nel 1974 il regno himalayano lanciò la campagna Small Family, Happy Family. Oggi, con un tasso di fecondità sceso a circa 1,8 figli per donna e le nascite diminuite del 26 per cento in dieci anni, foraggia le famiglie affinché si allarghino. Il nuovo Third Child Plus Program assegna 10 mila ngultrum al mese, poco più di cento dollari, a ogni terzo figlio e a quelli successivi fino al compimento dei tre anni. Il Paese che fece della “felicità interna lorda” un’alternativa al Pil scopre che il benessere non si converte automaticamente in culle.

Cina e Bhutan non sono eccezioni. Francia, Italia, Ungheria, Giappone, Corea del Sud e Singapore hanno sperimentato assegni, sgravi fiscali, prestiti agevolati e campagne pubbliche con risultati modesti o temporanei. E persino i Paesi nordici, con congedi generosi e servizi per l’infanzia migliori, non hanno sviluppato immunità al declino demografico.

Una popolazione che si riduce, tuttavia, non è automaticamente destinata a impoverirsi. Il calo degli abitanti frena la crescita del Pil complessivo, perché diminuisce il numero delle persone che possono lavorare, ma il tenore di vita può continuare a migliorare. Il Giappone rende evidente la distinzione: tra il 1991 e il 2023 la sua economia è cresciuta molto meno di quella statunitense, ma il divario si riduce nettamente quando la produzione viene rapportata alla popolazione in età lavorativa. Sul debole risultato giapponese pesa dunque anche la diminuzione dei potenziali lavoratori, non soltanto l’andamento dell’economia.

La difficoltà maggiore riguarda l’equilibrio tra le generazioni. Una forza lavoro ridotta deve finanziare pensioni, sanità e assistenza per una quota crescente di anziani. Per conservare il welfare, i Paesi dovranno aumentare la produttività, prolungare la vita lavorativa, alzare le imposte oppure ridurre le prestazioni. L’automazione e l’intelligenza artificiale potranno compensare in parte la carenza di lavoratori, ma resterà aperto il problema di come distribuire la ricchezza prodotta. A ogni modo, una popolazione meno numerosa potrà ridurre la pressione sulle abitazioni, sulle infrastrutture e sull’ambiente.

Il futuro non dipenderà soltanto da quanti saremo, ma da come sapremo vivere, produrre e prenderci cura gli uni degli altri quando saremo di meno.

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