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Fuga di cervelli all’estero, il 67% vorrebbe tornare ma rinuncia: il motivo non è solo economico

Дата публикации: 08-09-2026 07:19:13

I dati divulgati a Cernobbio rivelano che a bloccare i rientri in Italia non sono solo le buste paga basse, ma la mancanza di meritocrazia.

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Uno dei temi centrali affrontati al Forum Ambrosetti, che si è chiuso domenica 6 settembre, ha riguardato la fuga dei talenti dall’Italia, che continua a registrare ritmi elevati e a trasformarsi in un’emergenza strutturale.

Ogni anno migliaia di lavoratori qualificati scelgono di abbandonare il Paese non soltanto per cercare stipendi migliori, ma per fuggire da un mercato che non premia il merito e il valore professionale. Un esodo che sottrae risorse e competenze vitali, azzoppando la capacità di crescita del sistema produttivo.

Quanti vorrebbero tornare in Italia ma non lo fanno

La stragrande maggioranza dei giovani espatriati mantiene un forte legame affettivo con l’Italia e desidera rientrare. Secondo le rilevazioni presentate a Cernobbio, ben il 67% degli intervistati esprime la volontà di tornare a vivere e lavorare nel proprio Paese. Tuttavia, questa intenzione si scontra con una realtà deludente: l’82% di chi vorrebbe rientrare sceglie di non farlo, frenato da condizioni di lavoro e retribuzioni considerate del tutto inadeguate.

Solo nel 2024 più di 141.000 cittadini italiani hanno trasferito la propria residenza all’estero e, tra questi, circa 45.000 possedevano un titolo di laurea. Il bilancio su base decennale registra un saldo negativo netto di oltre 300.000 profili ad alta specializzazione. A bloccare i rientri sono le rigidità del mercato interno: la mancanza di posizioni adeguate ai percorsi di studi, l’assenza di piani di carriera chiari e una generale sfiducia nella trasparenza dei processi di selezione. Fattori che agiscono da veri e propri deterrenti, vanificando i tentativi dello Stato di corteggiare i talenti formati in Italia ma costretti a valorizzare le proprie competenze altrove.

Quanto costa la fuga: la perdita di PIL e la spesa in formazione

Al danno sociale si somma un costo economico diretto di proporzioni enormi per le casse dello Stato. L’Italia spende ogni anno circa 7,2 miliardi di euro per il percorso di istruzione di quei laureati che poi scelgono di espatriare. Nel momento in cui al costo diretto della formazione si aggiunge il valore aggiunto mai generato sul territorio nazionale, l’impatto economico complessivo sale a una cifra compresa tra i 10,7 e gli 11,4 miliardi di euro all’anno.

Senza un’inversione di rotta, le proiezioni al 2035 stimano una perdita cumulata di 760.000 laureati, un mancato recupero di 120 miliardi di spesa formativa e un effetto negativo sul Pil potenziale valutato fino a 307 miliardi di euro.

Quanto guadagnano di più all’estero

Il divario retributivo rappresenta il primo ostacolo oggettivo al rientro. I dati Eurostat e Oecd evidenziano una forbice profonda tra le retribuzioni dei neo-laureati italiani e quelle dei colleghi europei. In Italia la retribuzione media lorda d’ingresso per un lavoratore under 30 si aggira attorno ai 27.000 euro annui, con una progressione estremamente lenta nei primi cinque anni di carriera.

Negli altri principali mercati europei, come Germania, Paesi Bassi o Francia, le offerte d’ingresso superano facilmente la soglia dei 40.000 euro, garantendo un potere d’acquisto e un’autonomia finanziaria inarrivabili per la media degli under 30 italiani.

Clientelismo e merito negato

Non sono solo le cifre in busta paga a pesare sulla scelta di restare all’estero. Il 79% dei giovani professionisti individua nel clientelismo, nella cooptazione e nella scarsa valorizzazione del merito la causa principale dell’espatrio. Un giudizio condiviso anche dalla classe dirigente: l’indagine condotta sulla business community di Teha rileva infatti che il 93,9% dei vertici aziendali considera l’emigrazione dei talenti un elemento di forte criticità per la competitività del Paese.

La percezione di un sistema rigido spinge i profili più qualificati verso mercati in cui carriera e promozioni si basano su indicatori di performance trasparenti e misurabili, al riparo da logiche relazionali.

Il peso su pensioni e welfare

Questa continua perdita di capitale umano genera un impatto non indifferente sul bilancio pubblico e sul sistema previdenziale. La fuoriuscita di lavoratori giovani e ben retribuiti riduce la base contributiva dell’Inps in un momento di forte invecchiamento demografico. Senza un flusso adeguato di contributi ad alto valore aggiunto, la sostenibilità della spesa pensionistica e la tenuta dell’intero sistema di welfare rischiano di compromettersi in modo irreversibile nei prossimi decenni.

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