Le partite Iva crescono del 2,2%, soprattutto tra gli under 35, ma per l'Inapp restano circa 494.000 i falsi autonomi: chi sono i più esposti
Le partite Iva tornano a crescere in Italia, ma dietro l’aumento delle nuove aperture ci sono molti lavoratori solo formalmente autonomi, che nella realtà operano in condizioni più vicine a quelle di un dipendente. Del fenomeno delle false partite Iva si parla da tempo ormai, eppure in questi anni le diverse azioni di contrasto delle autorità italiane non sono riuscite ad arginarlo. I dati più recenti, infatti, confermano che si tratta di un problema ancora piuttosto diffuso.
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Secondi i dati pubblicati dal dipartimento delle Finanze, nel secondo trimestre del 2026 in Italia sono state aperte 124.170 nuove partite Iva, in aumento del 2,2% rispetto allo stesso periodo del 2025. Di queste:
A livello di distribuzione territoriale, invece:
In generale, l’aumento delle partite Iva non può essere letto esclusivamente come un boom del lavoro freelance. Analizzando i dati relativi alle nuove aperture, infatti, convivono professionisti, lavoratori individuali, imprenditori e diverse forme societarie. In particolare, nel periodo di riferimento:
Filtrando per età i dati, tra le persone fisiche:
Il fatto che più della metà delle nuove aperture siano riconducibili a under 35 conferma come spesso questa sia una soluzione che rappresenta per i giovani una modalità per costruire un’attività professionale autonoma, che tuttavia può anche diventare una soluzione adottata in assenza di alternative occupazionali. Ed è proprio qui che si inserisce il problema dei cosiddetti falsi autonomi.
Quante sono le false partite Iva in ItaliaAncora una volta, per spiegare l’evoluzione del fenomeno, ci aiutano i dati. Secondo un report dell’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche), in Italia nel 2026:
Rientrano nella categoria dei cosiddetti dependent contractor quelli che dipendono quasi esclusivamente da un committente dal punto di vista economico e non decidono liberamente tariffe, orari o strumenti da utilizzare. Nella pratica, quindi, il lavoro viene svolto con:
Inoltre, in questi casi i compensi sono spesso determinati in funzione delle ore lavorate e c’è l’assenza di un effettivo rischio economico.
Ovviamente, non basta la presenza di uno solo di questi elementi per trasformare automaticamente una partita Iva in un rapporto subordinato. Avere un solo committente non significa automaticamente avere una falsa partita Iva. Un professionista può infatti scegliere legittimamente di lavorare prevalentemente o anche esclusivamente per un cliente, mantenendo comunque una reale autonomia organizzativa.
Il problema nasce quando alla concentrazione del fatturato si aggiungono altri elementi di dipendenza. Per esempio quando il cliente stabilisce quando lavorare, quali attività svolgere, con quali strumenti e secondo quali modalità, mentre il professionista ha scarsi margini per determinare prezzi, tempi e organizzazione della prestazione.
Le categorie più esposteSecondo l’Inapp, i dependent contractor sono soprattutto giovani under 30 e lavorano frequentemente nei servizi, compresi call center, consegne, pulizie e servizi alle imprese. Si tratta di ambiti nei quali il rapporto con il committente può essere caratterizzato da una forte organizzazione del lavoro, pur in presenza di una forma contrattuale autonoma.
Tra i falsi autonomi, inoltre, 44% si colloca nelle fasce di reddito più basse e soltanto il 58,6% dichiara di sentirsi sicuro della propria posizione lavorativa.