Sette metri, un oro europeo a 24 anni nell'agosto più caldo della storia. Dal fair play all'inclusione, dalla sostenibilità alla contaminazione. “Atletica e calcio possono condividere gli stessi spazi, senza consumare nuovo suolo”
Un solo, unico centimetro. Tanto è bastato per separare la storia dalla cronaca, un oro europeo da un argento. In quel salto da 7,00 metri piazzato al primo tentativo nella finale dei Campionati Europei di Birmingham, nell'agosto più caldo della storia, c'è tutto il mondo di Larissa Iapichino: la freddezza della veterana, la fame della giovane campionessa, la precisione di un'atleta moderna. A 24 anni, Larissa è finalmente solo Larissa Iapichino, non più "la figlia di Fiona May". Ha smesso di essere una promessa ed è diventata una certezza: la nuova regina d'Europa. Un titolo conquistato raccogliendo il testimone da Malaika Mihambo, tedesca come lo Heike Drechsel, la storica rivale della madre. Un cerchio che si chiude, e che rende questa vittoria qualcosa di più di una medaglia: è un capitolo nella grande storia del salto in lungo femminile.
Larissa Iapichino dopo la gara che le è valsa l'oro nel salto in lungo ai Campionati Europei di Atletica Leggera 2026
Ma questo oro è solo una parte della storia. European Athletics ha appena lanciato il Sustainability Ambassador Programme, un'iniziativa pionieristica per trasformare la strategia ambientale in azione concreta, costruendo una rete di atleti-ambasciatori che guidino il cambiamento dall'interno delle federazioni nazionali. Larissa è tra i volti più rappresentativi a livello internazionale e la sua voce si fa sentire ben oltre la pedana. Noi l'abbiamo incontrata per parlare di sostenibilità, cambiamento climatico, inclusività, fair play e valori.
La finale di Birmingham è stata vinta per un solo centimetro, decisa al primo salto. Un momento che o sei pronto a vivere, o ti travolge. Cosa significa per te prepararsi davvero a una finale: è solo una questione di gambe, o c'è qualcosa di più profondo?
“La differenza la costruisci molto prima di entrare in pedana. Mese dopo mese, allenamento dopo allenamento: dal punto di vista fisico è fondamentale riuscire a lavorare bene e senza intoppi, e per fortuna quest'anno è stato così. Ma accanto alla preparazione fisica c'è qualcosa di ancora più profondo: una solidità mentale e personale. Quest'anno ho scelto di concentrarmi su me stessa, su una conoscenza più intima e autentica di chi sono. Sono andata a toccare anche le parti più scomode, quelle che si tende a evitare, per poter riporre una fiducia piena e consapevole in me stessa e nei miei mezzi. Conoscere i propri punti di forza e i propri punti deboli, e lavorare su entrambi. Perché nel momento in cui salti, dentro di te deve esserci già tutto."
Quella vittoria è arrivata nell'agosto più caldo della storia. Per te, che ti alleni all'aperto ogni giorno, cosa ha significato concretamente fare sport in queste condizioni?
"Il caldo non è più uno sfondo, è diventato un avversario. Sulla quotidianità degli atleti si fa sentire eccome: bisogna insistere sull'idratazione, sull'integrazione, ripensare completamente gli orari di allenamento. Io mi alleno all'aperto, a Firenze, e con quell'afa estenuante ho dovuto imparare a scegliere con cura il momento migliore della giornata per lavorare al meglio. La sera, quando il caldo finalmente cala, non si può: gli impianti chiudono. E allora sei costretta a fare i conti con le ore più difficili, quelle in cui il caldo pesa di più. È una realtà concreta e quotidiana, che chi fa sport all'aperto vive sulla propria pelle."
European Athletics ha appena lanciato il Sustainability Ambassador Programme, una rete di atleti chiamati a guidare il cambiamento dall'interno. Se potessi indicare tre azioni concrete da mettere in campo oggi, quali sarebbero?
“È un segnale importante, e le idee concrete non mancano. Partirei dalla mobilità: favorire l'utilizzo dei mezzi pubblici durante gli eventi sportivi, offrendo agli spettatori pass o mini-abbonamenti, sarebbe già un passo significativo verso una mobilità più sostenibile e un messaggio chiaro su come vogliamo che le persone raggiungano le nostre gare. Sul fronte dei materiali, nell'atletica qualcosa si sta già muovendo: si sta abbandonando la plastica, si usano sempre più bottigliette in carta e cartone, e alcuni meeting mettono a disposizione fontanelle dove ricaricare le proprie borracce, eliminando del tutto le bottigliette monouso. Un altro tema che mi sta molto a cuore è quello dello spreco alimentare: donare il cibo non consumato nelle hospitality è un gesto semplice ma dal grande impatto. Ma forse la cosa più potente che possiamo fare come atleti è usare la nostra voce. Abbiamo un pubblico, una visibilità, e il dovere di metterli al servizio di una causa che ci riguarda tutti. La sostenibilità non può restare solo una strategia federale: deve diventare un valore condiviso, e noi atleti possiamo essere il ponte tra le istituzioni e le persone.”
Larissa Iapichino e Malaika Mihambo
Appena hai vinto, sei corsa ad abbracciare la tua avversaria. Un gesto spontaneo, in un mondo sportivo sempre più competitivo e sotto i riflettori. Per te il fair play è un valore che si sceglie ogni giorno?
“Lo sport è fatto da esseri umani, e dovrebbe sempre trasmettere valori, momenti di condivisione, di fair play. Non è qualcosa che si allena in senso stretto: lo si coglie ogni giorno, in campo, in palestra, osservando chi ti sta intorno. E deve venire prima di tutto il resto: prima della performance, prima della medaglia, prima della vittoria o della sconfitta. Ci deve essere una sana competizione, nel rispetto dell'avversario, delle regole, delle persone. Mi rivolgo soprattutto ai più giovani, ai bambini che ci guardano: il fair play è un valore che si tramanda, che si acquisisce facendo sport, e che appartiene a tutti, non solo ai campioni. Nel mio caso ho la fortuna di essere circondata non solo da atlete straordinarie, ma da donne forti, d’ispirazione e con un grande cuore. Tra noi non ci sono solo avversarie: siamo compagne di viaggio. E quell'abbraccio, alla fine, era solo il gesto più naturale del mondo.”
Lo sport è spesso raccontato come il grande livellatore, lo spazio in cui contano solo talento e lavoro. Ma non tutti hanno gli stessi punti di partenza. Cosa manca ancora perché lo sport sia davvero inclusivo? E riqualificare (e condividere) ciò che già esiste può essere una risposta?
“Le strade per rendere lo sport più inclusivo sono concrete e urgenti. La prima è quella economica: agevolare le famiglie a basso reddito con iscrizioni accessibili significa non perdere talenti ancora prima che possano esprimersi. Ma c'è anche una questione di infrastrutture: in molte regioni d'Italia le strutture di atletica sono pochissime, e questo allontana i giovani da uno sport che potrebbero amare. Non sempre servono grandi investimenti: spesso basta valorizzare quello che già esiste. Le riqualificazioni sostenibili possono trasformare strutture esistenti in spazi accessibili a tutti, abbattendo le barriere architettoniche per i giovani con disabilità. Dobbiamo insistere soprattutto sulle piccole realtà, perché è lì che rischiamo di perdere talenti, appassionati, persone che potrebbero scoprire quanto lo sport cambia una vita.”
Hai vissuto in prima persona la condivisione di una struttura tra atletica e calcio. Un esempio concreto di circolarità sportiva: stessi spazi, discipline diverse, zero consumo di nuovo suolo. Può diventare un modello per rendere lo sport più sostenibile?
È vero. Io stessa, nei miei primi anni, mi sono allenata in una struttura che aveva sia la pista di atletica che il campo da calcio: funzionava benissimo. C'era una contaminazione positiva di valori, uno scambio di esperienze, e soprattutto l'atletica riusciva ad avere una presenza sul territorio che altrimenti non avrebbe avuto. Un altro strumento prezioso e spesso sottovalutato sono le palestre scolastiche: aprirle oltre l'orario di lezione, con corsi e discipline diverse, significa portare lo sport dove i ragazzi già sono. Lo sport trasmette valori, costruisce identità, fa stare bene. Ed è un diritto che dovrebbe appartenere a tutti, ovunque.”
A 24 anni hai già scritto un capitolo importante nella storia dell'atletica. Ma la tua generazione è anche quella che erediterà le conseguenze più pesanti del cambiamento climatico. Cosa vuoi lasciare, dentro e fuori la pedana?
“C'è una parola che per me racchiude tutto, dentro e fuori dalla pedana: rispetto. Rispetto per l'avversario, che si traduce in fair play. Rispetto per il prossimo e quindi per il Pianeta, che diventa impegno per la sostenibilità. È la parola che cerco di trasmettere ogni giorno, con ogni gesto, dentro e fuori dalla pedana. L'eredità più importante non si misura in metri.”
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