La parata del Pride è tradizionalmente uno degli eventi pubblici più importanti di New York. È a New York che è scoppiata nel 1969 la rivoltà di Stonewall, che i Pride di tutto il mondo ricordano. E New York è stata la città dove gli omosessuali di tutta America, e non solo, si sono sempre […]
La parata del Pride è tradizionalmente uno degli eventi pubblici più importanti di New York. È a New York che è scoppiata nel 1969 la rivoltà di Stonewall, che i Pride di tutto il mondo ricordano. E New York è stata la città dove gli omosessuali di tutta America, e non solo, si sono sempre riversati, alla ricerca di sicurezza e libertà. La parata di ieri ha confermato la tradizione. Si parla di un milione di persone a marciare e due milioni a fare da pubblico, ai margini della strada. Pur nella festa scatenata di sempre, con danze, musiche, costumi, mi sembra che il tono della parata quest’anno sia stato meno vivace rispetto al passato. Le comunità omosessuali e transgender non passano un buon momento. L’amministrazione Trump ha fatto piazza pulita dei programmi federali relativi a diversità e genere. Sta cercando di porre fine ai trattamenti sanitari per la transizione di genere dei minori. Una serie di ricerche mostrano che, tra gli americani, diminuisce l’appoggio al matrimonio omosessuale. E molte grandi imprese, anche quest’anno, non hanno sponsorizzato il Pride, nel timore di ritorsioni del governo. È vero che sono le città a guida democratica a guidare la resistenza. Zohran Mamdani, per esempio, ha annunciato che New York spenderà 15 milioni per l’assistenza sanitaria ai minori transgender. Ma esplosioni di festa e di gioia, come la parata di ieri, alla fine hanno l’effetto, soprattutto, di ricordarci che New York non è l’America, che non siamo in una fase espansiva, bensì restrittiva, dei diritti. E questo allunga un ulteriore elemento di incertezza, ce ne fosse bisogno, sul futuro americano.
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