Pechino prova a fermare il crollo dei consumi con sconti sui prestiti per auto e case, ma il PIL rallenta e gli investimenti crollano del 6,7%: gli esperti avvertono che i micro-aiuti non salveranno la domanda interna.
L'articolo Frenata cinese: Pechino risponde con i mini-sussidi, ma il motore dei consumi è spento proviene da Scenari Economici.
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La locomotiva asiatica ha il fiato corto e i numeri iniziano a fare davvero paura. I consumi interni sono praticamente fermi, il settore immobiliare continua a perdere pezzi e gli investimenti privati arretrano. La risposta di Pechino, arrivata nelle ultime ore, sembra però un’aspirina data a un malato che avrebbe bisogno di una terapia d’urto.
I dati ufficiali descrivono una situazione critica. Nel secondo trimestre la crescita del PIL è scivolata al 4,3%, il dato più basso da fine 2022. Le vendite al dettaglio a luglio sono cresciute di un misero 0,6% su base annua, mentre gli investimenti in asset fissi sono crollati del 6,7% nei primi sette mesi dell’anno. Di fronte a questa paralisi, il ministero delle Finanze ha varato un pacchetto di aiuti che lascia molti osservatori perplessi per la sua timidezza.
I piccoli sconti di PechinoIl viceministro delle Finanze, Liao Min, ha presentato un piano mirato a stimolare gli acquisti a rate per beni durevoli, come automobili e ristrutturazioni edilizie. Le misure principali prevedono:
L’idea delle autorità è quella di convincere le famiglie a spendere di più attraverso piccoli sgravi sul debito. Tuttavia, quando un cittadino medio vede il valore della propria casa scendere ogni mese, difficilmente deciderà di cambiare auto solo per un piccolo sconto sugli interessi. Si tratta di micro misure che sembrano scritte per permettere ai governanti di dire che si sta facendo qualcosa, ma il cui impatto sui consumi interni sarà limitato.
La frenata in cifre
| Indicatore economico | Dato recente | Significato pratico |
| Crescita PIL (2° trimestre) | +4,3% | Minimo dal 2022, lontana dai ritmi storici |
| Vendite al dettaglio (Luglio) | +0,6% | Consumi privati vicini allo zero |
| Investimenti fissi (Gen-Lug) | -6,7% | Imprese e costruttori bloccano i cantieri |
| Nuovo tetto sussidio prestiti | 5.000 yuan | Aiuto modesto rispetto al costo dei beni |
Tra gli economisti cinesi lo scetticismo è palpabile. Shao Yu, direttore dello Shanghai Institution for Finance and Development, ha spiegato senza mezzi termini che i soli sussidi sugli interessi non basteranno a rimettere in moto l’economia.
Secondo Shao, il ministero delle Finanze dovrebbe accelerare e aumentare in modo massiccio la spesa pubblica diretta. Le risorse andrebbero concentrate sui punti deboli della catena: grandi opere e, soprattutto, salvataggio del mercato immobiliare.
Dello stesso avviso è Song Xuetao, capo economista di Sinolink Securities, il quale nota che le formule usate dal governo stanno cambiando registro. Dalla semplice promessa di “tenere strumenti di riserva”, si sta passando a progettare misure concrete. Per Song, il terzo trimestre servirà solo a preparare il terreno, con la speranza di vedere interventi più coraggiosi a ottobre.
Anche i vertici politici ammettono le difficoltà. Il premier Li Qiang ha riconosciuto apertamente che la debolezza della domanda interna resta una sfida complessa e che le tensioni stanno aumentando in molti rami dell’industria. Zheng Shanjie, a capo della potente commissione per lo sviluppo e le riforme (NDRC), ha incontrato i rappresentanti dei colossi industriali privati, promettendo di sbloccare investimenti per 7.000 miliardi di yuan nella costruzione delle cosiddette “sei reti” (energia, telecomunicazioni, logistica, canali sotterranei, acqua e calcolo digitale). Però si tratta di randi progetti interessanti, ma che diffilmente ecciteranno i consumi privati.
L’illusione dell’export e la trappola della deflazioneLa radice del problema cinese non è la mancanza di credito, ma la totale assenza di domanda interna. Con l’inflazione vicina allo zero e i rendimenti dei titoli di stato cinesi scesi a minimi storici, il mercato manda un segnale chiarissimo: le famiglie e le banche preferiscono rifugiarsi nei titoli pubblici sicuri piuttosto che spendere o prestare denaro all’economia reale.
Per anni Pechino ha pensato di poter compensare i magri consumi dei propri cittadini esportando all’estero l’enorme sovrapproduzione industriale. Questa via di fuga sta finendo. Tra dazi commerciali crescenti in Occidente e mercati globali saturi, la Cina non può più limitarsi a vendere fuori dai confini ciò che i suoi cittadini non possono permettersi di comprare.
Senza un intervento pubblico massiccio che sostenga direttamente i redditi, metta un pavimento sotto il crollo dei prezzi delle case e ripristini la fiducia delle famiglie, i micro-sconti sui prestiti rimarranno un semplice esercizio di contabilità. L’economia reale richiede investimenti pesanti e certezze, non ritocchi marginali ai tassi d’interesse.
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