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Denatalità, il vero sciopero delle donne

Дата публикации: 29-07-2026 20:08:30

Donne | Nel 2025 in Italia sono nati appena 355 mila bambini, il numero più basso dal secondo dopoguerra. Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna. Nello stesso anno sono morte 652 mila persone: quasi 300 mila in più rispetto ai nuovi nati. Ci stiamo avvicinando sempre più al Giappone, il […]

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Donne |

Nel 2025 in Italia sono nati appena 355 mila bambini, il numero più basso dal secondo dopoguerra. Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna. Nello stesso anno sono morte 652 mila persone: quasi 300 mila in più rispetto ai nuovi nati.

Ci stiamo avvicinando sempre più al Giappone, il Paese simbolo dell’inverno demografico. A Tokyo il governo è arrivato persino a creare un’app pubblica di incontri, gestita attraverso un algoritmo di compatibilità, che avrebbe già prodotto 265 matrimoni. Ma davvero pensiamo che il problema sia soltanto aiutare le persone a incontrarsi?

I nuovi dati del “Dossier Natalità 2026: Volere o Potere” raccontano qualcosa di molto diverso. Soltanto il 5,5 per cento degli italiani senza figli dichiara che la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita. Il 62,2 per cento parla invece di una rinuncia forzata, dovuta a ostacoli economici, lavorativi e sociali. Se le intenzioni espresse dalle donne si fossero realizzate, nel 2025 sarebbero nati circa 760 mila bambini: più del doppio di quelli venuti realmente al mondo.

Non è scomparso il desiderio. È scomparsa la possibilità.

E allora bisogna avere il coraggio di dirlo: questo è il vero sciopero delle donne. Uno sciopero non dichiarato, non organizzato, senza cortei né bandiere. Le donne non hanno deciso collettivamente di incrociare le braccia. Semplicemente, sempre più spesso rinunciano a mettere al mondo un figlio perché la società presenta loro un conto troppo alto.

Se diventano madri, vengono penalizzate nel lavoro. Quasi una donna su due teme conseguenze sulla propria carriera, contro appena un uomo su quattro. La presenza di figli riduce l’occupazione femminile, mentre aumenta o comunque non danneggia quella maschile. La maternità viene ancora considerata dalle aziende un problema; la paternità, al massimo, una nota biografica.

Poi c’è il lavoro dentro casa. Possiamo continuare a raccontarci che le nuove generazioni sono più paritarie, ma la realtà è che il lavoro domestico e di cura resta in gran parte sulle spalle delle donne. Secondo l’Istat, nelle coppie in cui entrambi lavorano le donne svolgono ancora il 61,6 per cento del lavoro familiare; nel Mezzogiorno si arriva al 70 per cento. Oltre tre milioni di donne risultano inattive per ragioni familiari, contro appena 151 mila uomini. Le donne fanno figli, accudiscono i figli, assistono i genitori anziani e spesso lavorano anche fuori casa. Agli uomini, troppo frequentemente, viene ancora riconosciuto come merito ciò che per una donna è considerato un dovere.

C’è poi un terzo elemento del quale si parla pochissimo. Per una donna, scegliere di avere un figlio significa anche rendersi più vulnerabile nel caso in cui la relazione finisca. Se il compagno è violento, separarsi può significare affrontare anni di processi, impoverirsi, essere accusata di ostacolare il rapporto tra padre e figli, e, nei casi più drammatici, rischiare persino di perderli. La Commissione parlamentare sul femminicidio ha documentato la vittimizzazione secondaria subita dalle donne e dai loro bambini nei procedimenti per l’affidamento. Eppure continuiamo a discutere di natalità come se la sicurezza delle madri non c’entrasse nulla.

Infine c’è il tempo biologico, l’elefante nella stanza. La società chiede alle donne di studiare, trovare un lavoro, consolidare la propria posizione, raggiungere l’indipendenza economica, incontrare un uomo disposto a condividere davvero la responsabilità di un figlio e soltanto dopo pensare alla maternità. Ma il corpo femminile non si adegua ai tempi del mercato del lavoro. In Italia l’età media al parto ha raggiunto i 32,7 anni e intanto quasi 90 mila coppie ricorrono ogni anno alla procreazione medicalmente assistita. Nel 2023 sono stati eseguiti oltre 112 mila cicli e sono nati così 17.235 bambini.

La medicina può aiutare moltissimo, ma non può cancellare il declino della fertilità legato all’età e non dovrebbe diventare la risposta tecnologica a un problema politico e sociale. Bisogna informare le ragazze con onestà, senza terrorizzarle e senza spingerle verso la maternità, ma anche senza alimentare l’illusione che il tempo riproduttivo sia infinito.

Naturalmente nessuna donna deve essere convinta a fare figli. La libertà comprende pienamente anche la scelta di non averne. Ma una società che dice di preoccuparsi della denatalità dovrebbe almeno garantire alle donne che desiderano diventare madri la possibilità concreta di farlo senza perdere lavoro, reddito, autonomia, sicurezza e salute.

Servono congedi di paternità veri e obbligatori, servizi per l’infanzia accessibili, carriere che non puniscano la maternità, uomini educati fin da bambini alla cura e tribunali capaci di riconoscere e proteggere le donne dalla violenza. Serve anche una corretta informazione sulla fertilità, prima che tante scelte apparentemente libere si trasformino in rinunce irreversibili.

Possiamo inventare bonus, campagne pubblicitarie e persino algoritmi per combinare i single. Ma finché non affronteremo questi quattro nodi continueremo a fingere di non capire.

Se le donne si fermano, non si ferma soltanto la natalità. Si ferma tutto. E alla fine, semplicemente, scompariamo.

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