Donne | «Quando mia nonna mi ha restituito mia figlia aveva la febbre, era gonfia, sanguinava e piangeva senza sosta. Mi disse che era normale e che non dovevo dirlo a nessuno». La testimonianza di Carla Quiñonez, raccolta dalla BBC, è una di quelle che non si dimenticano. Sua figlia aveva appena sei mesi quando […]
«Quando mia nonna mi ha restituito mia figlia aveva la febbre, era gonfia, sanguinava e piangeva senza sosta. Mi disse che era normale e che non dovevo dirlo a nessuno».
La testimonianza di Carla Quiñonez, raccolta dalla BBC, è una di quelle che non si dimenticano. Sua figlia aveva appena sei mesi quando la bisnonna la sottopose, di nascosto, all’escissione della clitoride. Da quel giorno Carla ha deciso di trasformare quel dolore in una battaglia civile.
La settimana scorsa quella battaglia ha ottenuto un risultato storico: la Colombia è diventata il primo Paese dell’America Latina a vietare espressamente le mutilazioni genitali femminili.
Una vittoria importante per tutte le associazioni per i diritti umani e le femministe che da anni si battono per il bando universale della pratica.
Le mutilazioni genitali femminili vengono spesso percepite come un problema lontano, confinato ad alcune aree dell’Africa. In realtà la pratica sopravve in diverse parti del mondo, assumendo forme e motivazioni differenti. In Colombia riguarda soprattutto alcune comunità indigene Emberá, dove per generazioni è stata tramandata come rito tradizionale.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oltre 230 milioni di donne e ragazze vivono oggi con le conseguenze di una mutilazione genitale. Non si tratta di un semplice rituale: è una pratica che può provocare emorragie, infezioni, dolore cronico, complicazioni durante il parto, oltre a compromettere in modo permanente la salute sessuale e psicologica.
Eppure, ancora oggi, qualcuno prova a giustificarla invocando il rispetto delle culture.
Ma il rispetto delle culture non può significare accettare che una bambina venga privata dell’integrità del proprio corpo senza alcuna possibilità di scegliere.
I diritti umani non sono occidentali né orientali. Non sono africani, europei o latinoamericani. Sono universali proprio perché proteggono chi non può difendersi.
Una bambina di sei mesi non può esprimere consenso. Non può opporsi. Per questo la responsabilità ricade interamente sugli adulti e sullo Stato.
La legge approvata in Colombia rappresenta un segnale importante anche per un’altra ragione: nasce dal coraggio delle donne della stessa comunità Emberá. Non è stata una battaglia imposta dall’esterno, ma un cambiamento costruito da chi quella tradizione l’ha conosciuta sulla propria pelle e ha deciso di interrompere una catena che sembrava inevitabile.
Questo dovrebbe far riflettere anche chi, in nome del relativismo culturale, teme sempre di “offendere” tradizioni diverse dalla propria. Difendere una bambina non significa mancare di rispetto a una cultura. Significa riconoscere che esiste un limite invalicabile: il corpo e la dignità di un essere umano.
Naturalmente una legge, da sola, non cancella una pratica radicata da secoli. Serviranno educazione, assistenza sanitaria, dialogo con le comunità e protezione per le donne che avranno il coraggio di denunciare. Ma senza una legge è ancora più difficile cambiare.
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