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Quanto vale la “storia di una civiltà”?

Дата публикации: 17-06-2026 15:04:40

Pochi giorni fa, lo si ricorderà, Trump ci diceva che stava per porre termine alla storia di una civiltà. Ora a quella civiltà offre 300 miliardi di contratti di natura privatistica. Qualcosa nella sua narrazione non va. La guerra, anche questo si ricorderà, era cominciata per difendere i diritti umani degli iraniani. Ora all’orrore delle […]
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Pochi giorni fa, lo si ricorderà, Trump ci diceva che stava per porre termine alla storia di una civiltà. Ora a quella civiltà offre 300 miliardi di contratti di natura privatistica. Qualcosa nella sua narrazione non va. La guerra, anche questo si ricorderà, era cominciata per difendere i diritti umani degli iraniani. Ora all’orrore delle repressione non si fa più alcun cenno. Come non si fa cenno all’obiettivo dichiarato, poche ore dopo aver detto che l’obiettivo era difendere i diritti degli iraniani, cioè determinare un cambio di regime. Non c’è. Ma Trump non dice di aver vinto solo perché il lui non può perdere mai. Lo dice perché la sua coalizione, i teologi della corte che hanno fatto di lui il nuovo imperatore romano, che si veste da papa perché era anche Pontefice Massimo, quindi l’uomo che unisce nelle sue mani il potere politico e quello religioso, fa acqua da tutte le parti. E perché fa acqua? Perché il suo popolo, convinto di seguire il Dio degli eserciti, ha visto che quel Dio portava troppo in alto il costo della benzina a gallone: questa non è una vittoria, è una disfatta. Così Trump si trova con da una parte finanziatori legati a questa visione, guerra santa, guerra fino alla vittoria del Dio degli eserciti, e dall’altra il popolo Maga, che trova il costo del biglietto per assistere allo spettacolo troppo alto. Reggerà il suo esercito divino al duro volto della realtà? O non bisogna cambiare teologia? Cambiare teologia è difficile, ma forse è una necessità. Qui l’altro cristianesimo ha un’enorme chance. Dimostrare che quella teologia è un imbroglio. Ecco che si spiega come mai Leone XIV si sia scomodato a dire che la remigrazione non è cristiana. La mia impressione, forse sbaglio, è che l’ex generale Vannacci, sposandola, ha tentato di presentarla come cristiana, con il discorso sulla sporca dozzina: non saranno mica i dodici apostoli rivisti in ottica remigrazionista? Abbracciare Trump, come è accaduto ad Evian, in un momento di sua difficoltà, ci può stare. Ma dovrebbe essere chiaro per portarlo dove. Se Dio non è il Dio delle gli eserciti allora è il Dio dell’incontro, del multilateralismo: la guerra recente ha dimostrato che la legge del più forte, quella su cui Trump fonda le relazioni internazionali, può fallire, ha fallito. Più che gli eserciti saranno i pontieri che espanderanno la via di Dio. Ma l’Europa si dibatte tra le sue paure causate dalla guerra tra poveri che la logica securitaria fomenta. Con il nuovo patto europeo su emigrazione e asilo appare schierarsi nella sostanza (neanche molto nascosta) con il suprematismo: esiste un’umanità che può avere leggi non uguali a quelle per gli altri. Il nuovo patto viene spiegato così: “Una procedura di frontiera obbligatoria si applicherà ai richiedenti asilo che probabilmente non necessitano di protezione, che inducono in errore l’autorità, o che costituiscono un rischio per la sicurezza”. Quando Trump perde noi gli andiamo dietro? E perché? Perché nessuno ha preso atto che serve una politica sulle migrazioni. Così la questione decisiva per il nostro futuro sarà la xenofobia mascherata soprattutto da islamofobia, che poi è la vecchia questione operaia che si manifestava con i famosi cartelli nel nord d’Italia, “vietato l’accesso ai cani e ai meridionali”. E’ lo stesso punto di partenza del trumpismo, la rabbia dei disoccupati americani, con i grandi stabilimenti automobilistici chiusi. La globalizzazione, chiuso nel suo paradiso finanziario, non l’ha vista. Ora la riconversione industriale europea segue Trump e va sul bellico. Poi ci diranno per usarle dove e come.


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