Fare un film per ringraziare. E, facendolo, trarne almeno un paio di lezioni importanti, che forse, prima o poi, imporranno altri ringraziamenti. Fabio Lovino, come molti professionisti dei media, ha più di una vita. È un ritrattista e un fotografo […]
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Fare un film per ringraziare. E, facendolo, trarne almeno un paio di lezioni importanti, che forse, prima o poi, imporranno altri ringraziamenti. Fabio Lovino, come molti professionisti dei media, ha più di una vita. È un ritrattista e un fotografo di scena. In questi giorni è sul set della fortunata serie The White Lotus, e, dopo tre mesi passati tra Saint-Tropez e Cannes, si trova a Parigi. «È dalla prima stagione che Mike White, il regista della serie, si porta dietro una famiglia di una quindicina di persone».

E nel tradimento continuo che richiede il suo lavoro, sono molte altre, e molto diverse, le famiglie cui si è temporaneamente unito. Il documentario che porterà fuori concorso al prossimo festival di Locarno (5-15 agosto) e che si intitola Marco Bellocchio – La porta della realtà, si conclude con il backstage di un servizio fotografico.
Era il 2015, Lovino dietro l’obiettivo, la cronista silenziosa testimone in attesa dell’intervista: per la prima volta la famiglia di Marco Bellocchio – con il regista, la compagna Francesca Calvelli, montatrice dei suoi film dal 1994, e i figli Elena e Piergiorgio – accettava di farsi fotografare al completo per la copertina di iO donna. Per quell’intervista a quattro voci avevamo scelto un titolo replicabile per più di un capitolo della filmografia del regista piacentino: “Questo film è una resa dei conti”. La pellicola, che sarebbe passata di lì a poco alla Mostra del cinema di Venezia, era Sangue del mio sangue.
Marco Bellocchio, 86 anni, in un momento di Marco Bellocchio – La porta della realtà prodotto da Loft Produzioni e Reggatta Production che si vedrà al festival di Locarno e poi in sala distribuito da Lucky Red, il 27 agosto.
«Quelle immagini per me rappresentano un finale in levare» ricorda Lovino. «Dopo il confronto drammatico con i figli che nel documentario arriva nel sottofinale, volevo mostrarli riuniti». In levare, certo, anche se, in posa per le foto, Bellocchio è l’unico cui il fotografo debba ricordare di sorridere («Marco, anche meno severo!»).
«Conosco Marco dal 1995, ho cominciato a lavorare sui suoi set con il Principe di Homburg» ricorda Lovino. «Dopo tutto questo tempo passato insieme a lui e ai suoi film ho voluto provare a raccontare la complessità di questo artista e la qualità del suo lavoro. Volevo che questo piccolo documentario fosse il mio grazie per quello che ho appreso da lui, professionalmente ed emotivamente. Perciò sul set di Il traditore gli ho proposto di filmare il film mentre si stava facendo. Molti sono intimoriti da Marco, in realtà è una persona generosa con tutti, dai protagonisti alle comparse, che ringrazia sempre una per una. Non mi sono stupito quando mi ha risposto: “Fai quello che vuoi”. “Guarda che ti starò attaccato” ho replicato. E lui: “Non ti preoccupare, al massimo ti manderò al diavolo”».
Un conflitto che non ha lasciato rancore né rabbiaIl film non è solo la celebrazione di una carriera e una storia incredibile – iniziata da giovanissimo con I pugni in tasca (era il 1965, Bellocchio aveva 26 anni), dopo aver abbandonato l’idea di fare l’attore (lo vediamo all’opera in Discutiamo, discutiamo, episodio di un film collettivo, con barba finta e voce in falsetto) – ci sono luci e ombre. E c’è una resa dei conti, un’altra: le lacrime della figlia Elena, la ricomposizione del conflitto familiare da parte del figlio maggiore Piergiorgio: «I drammi della vita di mio padre hanno afflitto tutta la famiglia, da sempre. Poteva muoversi in modo diverso, ma per fortuna siamo sopravvissuti e non è rimasto né rancore, né rabbia. C’è invece affetto, comprensione». Perché, conclude nel film: «Un conto è essere figli di un grande regista, un conto è essere figli di Marco Bellocchio».
Marco Bellocchio con i figli, Elena e Piergiorgio, nel servizio fotografico che Lovino realizzò per iO donna nel 2015.
«I miei figli che sono il presente e il futuro, mi guardano e mi giudicano» ammette il regista. Che, a iO donna oggi dice: «Il capitolo della famiglia è infinito. Parlerò sempre della famiglia». Nella sua per decenni c’è stato un non detto, il suicidio del fratello gemello di Marco, cui il regista ha dedicato un film nel 2021, Marx può aspettare. «Della morte di Camillo non si parlava» dice oggi Piergiorgio. «Ne abbiamo parlato una volta sola» rivela Elena. Ed è stato a camera accesa: per girare una scena, quella in cui Marco mostra ai figli la lettera di Camillo. «Ma non si è trattato di una trovata registica, è stato un mettersi a nudo. Per me un momento importante» conclude il figlio. «Capii che i miei figli sarebbero stati l’unico controcampo possibile» spiega oggi Marco Bellocchio. «Parlarne a Elena e Piergiorgio era la strada giusta per cercare di riconoscere, senza nessuna pietà, senza tentativi di autoassoluzione, quel rimosso, quel fatto tragico».
«Dobbiamo tutti fare i conti con la famiglia da cui veniamo» riflette Lovino. «Da padre ho concluso che alla fine i figli ti vedono sempre come sei. Se anche ti giudicano, poi ti accettano. E credo che Piergiorgio sia arrivato proprio lì, se conclude, con un vero manifesto di amore: “Lo ringrazio per aver messo al mondo mia sorella”».
Per il regista tradire è stata una necessitàTra le molte testimonianze preziose che il film di Lovino raccoglie (Pierfrancesco Favino che negli ultimi giorni di riprese di Il traditore teorizza il film infinito: «Sarà complicato finire questo film. Forse non lo voglio finire»), c’è quella del direttore della fotografia Beppe Lanci, al fianco di Bellocchio sin dai banchi del Centro sperimentale, che spiega perché separarsi sia stato inevitabile: credente, di fronte alla sceneggiatura di L’ora di religione, a malincuore prende un’altra strada. Bellocchio, del resto, lo dice chiaro: «Tradire per me è stata una necessità: tradire le mie origini, la mia educazione, le cose in cui credevano mia madre e mio padre, la religione cattolica e la chiesa. Scegliendo la libertà». Tradimenti che ha raccontato in altrettanti film.
Non rassegnarsi a essere un venerato maestroE poi c’è Marco Tullio Giordana che ricorda il suo arrivo a Roma e il timore reverenziale nei confronti di Bellocchio (e dell’altro “fratello maggiore”, Bernardo Bertolucci), timore che forse conserva, in minime dosi, anche adesso quando dice: «Marco sembra sempre il ragazzo ribelle del suo primo film, come se cercasse continuamente di ridefinire i confini della propria ribellione. Il primo a non rassegnarsi a essere un venerato maestro è lui. Lui è sempre la promessa, il debuttante favoloso e giovanissimo».