Un tema sul quale dovrebbe esserci unità d’azione tra i governi dell’Unione è quello dell’adeguamento del sistema bancario europeo di fronte ai cambiamenti negli scenari economici, tecnologici e geo-politici. Il perché lo spiega Alberto Pera, presidente Associazione Antitrust italiana
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Un tema sul quale dovrebbe esserci unità d’azione tra i governi dell’Unione è quello dell’adeguamento del sistema bancario europeo di fronte ai cambiamenti negli scenari economici, tecnologici e geo-politici. Il perché lo spiega Alberto Pera, presidente Associazione Antitrust italiana
Se c’è un tema sul quale dovrebbe esserci unità d’azione tra i governi dell’Unione, o almeno tra quelli dell’area euro, dovrebbe essere quello dell’adeguamento del sistema bancario europeo di fronte ai cambiamenti negli scenari economici, tecnologici e geo-politici. Un sistema bancario integrato a livello europeo rappresenta infatti la base di quel mercato unico dei capitali che è ormai riconosciuto necessario per sostenere gli investimenti, accrescere la competitività nell’economia dell’Unione e recupera il gap di produttività e di innovazione tra le economie europee e quelle degli Stati Uniti e della Cina.
E ciò tanto più in quanto si consideri il ruolo fondamentale del sistema bancario nel sistema finanziario europeo e il relativo arretramento delle banche europee in questo sistema. Negli ultimi quindici anni la dimensione relativa delle banche europee rispetto a quelle americane si è ridotta: solo due banche europee si trovavano tra le prime quindici banche nel mondo; d’altronde, le principali cinque banche operanti in Europa sono americane.
Invece non mancano resistenze alle integrazioni bancarie che non derivano da considerazioni di mercato o prudenziali, ma da considerazioni di altra natura.
Non solo in Italia, con il caso Unicredit-Bpm, ma anche in altri paesi (tra cui in Spagna nei confronti della acquisizione di Sabadell da parte di Bbva e in Germania con le resistenze all’acquisizione del controllo di Commerzbank da parte di Unicredit, per citare alcuni casi) processi di concentrazione nazionali e transnazionali sono stati condizionati o ostacolati gai governi nazionali a seguito di preoccupazioni relative ad interessi pubblici ritenuti rilevanti per la “sicurezza nazionale”.
E ciò nonostante gli interessi economici relativi agli aspetti prudenziali e di concorrenza siano già garantiti da specifiche normative europee: il che pone un problema di compatibilità dei criteri alla base di questi provvedimenti con le decisioni derivanti dall’applicazione della normativa europea specifica. E questo, come si è visto recentemente con il caso Unicredit-Bpm, in particolare per quello che riguarda le operazioni autorizzate ai sensi della normativa delle concentrazioni europea, in relazione all’applicazione dell’articolo 21 del Regolamento Concentrazioni, che prevede che gli Stati membri possano adottare provvedimenti per tutelare loro interessi legittimi solo se questi sono compatibili con i principi generali e le altre disposizioni del diritto comunitario: il che è apparso dubbio alla Commissione, che ha aperto una procedura di infrazione.
D’altronde gli ostacoli non sono solo quelli relativi all’interesse pubblico: in un sistema pur caratterizzato dall’esistenza di controllo delle concentrazioni e di supervisione, vigilanza e regolamentazione centralizzati a livello Europeo nella Commissione, nella Bce e nell’Eba, lo sviluppo di un sistema bancario integrato è tuttavia ostacolato da una serie di fattori che impediscono alle banche paneuropee di sfruttare al meglio le proprie capacità e possibilità di efficienza. Pur in un quadro normativo largamente armonizzato, l’applicazione della normativa avviene in modalità diverse: non sono armonizzate le condizioni di operatività, talché esistono requisiti nazionali che impediscono i trasferimenti di liquidità e di capitale; questo impone costi e limita i vantaggi delle aggregazioni. Inoltre, non è ancora operativo un sistema di assicurazione dei depositi a livello di area euro, di cui si discute ormai da un decennio, che sarebbe invece necessario perché i depositanti possano in sicurezza compiere le loro scelte tre intermediari.
Di questi temi si è ripreso finalmente a discutere: un progetto di regolamento europeo sulla assicurazione dei depositi è in discussione, e la Commissione ha aperto una consultazione sugli ostacoli alla armonizzazione, ma ci si può chiedere se i tempi previsi (settembre solo per le conclusioni sulla consultazione) siano adeguati alla necessità di una rapida integrazione.
Naturalmente, la spinta all’aggregazione può ben destare legittime preoccupazioni: se è necessario che in Europa si creino gruppi bancari paneuropei, non si può trascurare che, nelle economie caratterizzate da dimensioni di imprese piccole e medio-piccole, quali quella italiana, il tema dell’accesso al credito bancario e delle condizioni a cui questo avviene si pone in maniera diversa e più problematica.
Gli effetti delle concentrazioni sul mercato e sulla concorrenza vanno quindi esaminati sia a livello sistemico (europeo) che a livello nazionale e locale. E al riguardo, non si può trascurare che la tipologia di clientela e di servizi può ben essere differente a seconda del contesto che si esamina. E in ogni ambito è certamente importante esaminare i potenziali effetti su disponibilità e costi del credito. Di qui l’importanza di definire appropriati mercati rilevanti del prodotto e geografici: come pure tenere conto dell’esistenza e disponibilità di canali alternativi al credito bancario, nonché del ritorno al mercato delle efficienze che tramite le aggregazioni si conseguono. Ma, appunto, questo è quello che il controllo delle concentrazioni antitrust è finalizzato a fare.
°°° L’autore, già segretario generale dell’Autorità Antitrust, è socio dello studio Gianni & Origoni e presidente dell’Associazione Antitrust Italiana

Nato nel 1949 ad Albisola Superiore (Savona), si è laureato in economia presso l’Università “La Sapienza” di Roma e in giurisprudenza presso l’Università di Macerata, conseguendo anche l’abilitazione alla professione di avvocato e un master in “science in economics” presso la London School of Economics. Dopo un periodo come ricercatore presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma (1974-1978), è divenuto responsabile dell’analisi dei mercati monetari presso la Banca Nazionale del Lavoro (dal 1978 al 1979), ed è stato quindi economista presso la divisione mercati internazionali dei capitali del Fondo Monetario Internazionale (dal 1980 al 1985). Direttore degli studi economici dell’IRI (dal 1985 al 1990, dove si è occupato tra l’altro dei temi legati alla privatizzazione delle imprese facenti capo all’IRI e della liberalizzazione dei mercati), è stato quindi consigliere del Ministero dell’Industria per le politiche industriali della concorrenza (dal 1986 al 1990, curando la stesura della prima leggeantitrust italiana); in tale periodo è stato consigliere di amministrazione di Italcable (Gruppo STET, dal 1986 al 1990) e presidente della Seleco (dal 1988 al 1990). Dal 1987 al 1991 è stato inoltre professore titolare del corso di Economia dell’Impresa Pubblica presso l’Università Cattolica di Milano. Primo Segretario Generale dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (dal 1990 al 2000), ha rappresentato tra l’altro la medesima Autorità alle riunioni dei direttori generali della concorrenza dei Paesi membri dell’Unione Europea. Dal 2001 al 2014 è stato socio dello studio legale Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners, di cui ha fondato il dipartimento antitrust e regolazione, e in cui riveste la qualità di of counsel dal gennaio 2015. Consigliere di amministrazione dell’Enel dal maggio 2014.