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Petrolio, lo shock di oggi ci riporterà alle domeniche a piedi degli anni Settanta? La stagflazione non è esclusa ma non è scontata

Дата публикации: 02-05-2026 04:40:00


Il rialzo del petrolio e le tensioni geopolitiche riaprono il rischio di stagflazione. Pur con differenze rispetto agli anni Settanta, inflazione elevata e crescita debole rendono oggi questo scenario meno remoto di quanto sembri
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Il rialzo del petrolio e le tensioni geopolitiche riaprono il rischio di stagflazione. Pur con differenze rispetto agli anni Settanta, inflazione elevata e crescita debole rendono oggi questo scenario meno remoto di quanto sembri

È possibile che lo shock petrolifero in corso ci riporti alla stagflazione degli anni Settanta del Novecento? Lo sostengono alcuni economisti di primo piano, come Joseph Stiglitz, Philip Lane e Nouriel Roubini. Per non prendere queste opinioni a valore facciale, occorre ricostruire le analogie, ma anche considerare le differenze, tra la situazione di allora e quella odierna. In conclusione, a mio parere, il ritorno della stagflazione non può essere escluso, anche se al momento non è forse lo scenario più probabile.

Gli anni Settanta: petrolio caro e inflazione fuori controllo

Chi c’era nell’inverno del 1974 ricorda le domeniche a piedi, introdotte per risparmiare sulla bolletta petrolifera. Il prezzo medio del petrolio quasi triplicò, passando da 3,6 dollari nel 1972 a 12,5 nel 1974. Poi si stabilizzò attorno ai 15 dollari fino al 1978. L’impennata riprese nel 1979, in concomitanza con la rivoluzione iraniana, quando il prezzo salì a 25 dollari, per toccare il picco di 37 nel 1980. L’aumento esponenziale del costo dell’energia produsse effetti devastanti sull’economia, facendo salire in Italia il tasso di inflazione dal 5,7% del 1972 al 10,8% del 1973, fino al 21,1% del 1980. Qualcosa di analogo, seppure meno intenso, accadde negli Stati Uniti, dove l’inflazione passò dal 3,3% del 1972 al 13,5% del 1980, e in Francia, dal 6,1% al 13,1%. In Germania, invece, l’inflazione non sfuggì di mano: 5,5% nel 1972 e 5,4% nel 1980.

La nascita della “stagflazione” e il nuovo shock energetico

Parallelamente, la crescita economica rallentava fortemente. Il binomio, fino ad allora mai osservato, tra stagnazione e inflazione fece nascere il neologismo “stagflazione”. In Italia, poi, il rientro dell’inflazione fu particolarmente costoso, sia per le politiche monetarie restrittive necessarie a piegare le aspettative, sia per il progressivo superamento dell’indicizzazione dei salari al costo della vita.

Nella fase più recente, il prezzo medio del petrolio Brent è quasi raddoppiato tra lo scorso dicembre (62,5 dollari) e questo aprile (116,5). In pratica, siamo tornati ai picchi toccati nei primi mesi successivi all’invasione russa dell’Ucraina (122,7 dollari nel giugno 2022). Il caro energia del 2022-23 ha provocato già un forte aumento dell’inflazione – dall’1,9% del 2021 all’8,2% del 2022 in Italia, dal 4,7% all’8% negli Stati Uniti, dal 3,1% al 6,9% in Germania – e ha contribuito anche a una netta flessione della crescita economica negli anni successivi.

Hormuz, dazi e instabilità geopolitica

Nei prossimi trimestri il prezzo del petrolio potrebbe salire ancora, se dovesse protrarsi il blocco dello stretto di Hormuz, da cui, prima dell’attuale conflitto, transitava circa un quinto dell’oro nero mondiale. Sommandosi alle incertezze globali alimentate da Trump con l’erratica politica dei dazi all’importazione e con la messa in discussione di alleanze di difesa fino a ieri ritenute solide, l’aumento del costo dell’energia arrecherebbe un duro colpo alla crescita. Le prudenti previsioni del Fondo Monetario Internazionale indicano, a breve termine, una riduzione della crescita globale del Pil di oltre un punto percentuale, accompagnata da circa un punto in più di inflazione. Insomma, un passo verso la stagflazione.

Le differenze rispetto agli anni Settanta

Fin qui le somiglianze con gli anni Settanta. Ma esistono anche differenze importanti. Primo, oggi l’Europa è meno dipendente dal petrolio di quanto non fosse allora, anche grazie al peso decisivo delle fonti rinnovabili. Secondo, in termini reali, cioè al netto dell’inflazione intercorsa e assumendo come base il prezzo di 3,6 dollari del 1972, il barile a 116,5 dollari di oggi equivale a circa 15 dollari, un valore inferiore ai circa 19 dollari del 1980, sempre in termini reali. Terzo, il peso della manifattura si è fortemente ridotto a vantaggio del terziario e, insieme ad esso, è diminuito anche l’assorbimento di energia per unità di Pil. In Italia, tra il 1972 e il 2022, tale intensità energetica si può stimare in forte calo, da 1,776 a 0,804 kWh per dollaro internazionale di Pil.

A dispetto di queste differenze, la prospettiva di un ritorno a una stagflazione in stile anni Settanta non può essere esclusa. Non è lo scenario centrale, ma non è più neppure un’ipotesi remota.

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