Intervista a MARK LEONARD, direttore dell'European Council on Foreign Relations: “Il sistema internazionale basato sulle regole è morto. L'Europa ha perso la corsa all'AI e non può più aspettare il ritorno dell’America di prima”
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Intervista a MARK LEONARD, direttore dell’European Council on Foreign Relations: “Il sistema internazionale basato sulle regole è morto. L’Europa ha perso la corsa all’AI e non può più aspettare il ritorno dell’America di prima”
Per l’agenda politica dell’Unione europea sembra già trascorso un tempo lunghissimo dal vertice Nato di Ankara di inizio luglio. Un vertice che aveva temporaneamente congelato le continue frizioni tra l’Amministrazione Trump e i governi europei ma che non ha spostato di un millimetro le urgenze europee di riorganizzare al più presto la propria politica estera e di difesa comune. “Ankara ha raccontato tutto ciò che c’è da sapere sulla trappola in cui si trova l’Europa nei confronti di Trump. L’intero vertice era stato orchestrato nei minimi dettagli proprio per evitare qualsiasi momento non programmato, perché i leader europei erano terrorizzati da ciò che Trump avrebbe potuto dire o fare. E, per compiacerlo, hanno accettato un obiettivo di spesa del 5% del tutto arbitrario, che non riflette i nostri reali bisogni in termini di capacità militari”, commenta a mente fredda Mark Leonard, co-fondatore e direttore dell’European Council on Foreign Relations, nonché autore di Surviving Chaos: Geopolitics When the Rules Fail (pubblicato ad aprile 2026).
Direttore Leonard, l’imprevedibilità del presidente statunitense Donald Trump rende quasi impossibile utilizzare le categorie della diplomazia tradizionale.
“Rimanendo sugli esiti di Ankara, possiamo dire che nel breve periodo la strategia europea ha funzionato: Trump non ha annunciato il ritiro delle truppe dall’Europa, non ha dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero lasciato l’Alleanza e ha perfino espresso parole positive sull’Ucraina, sottoscrivendo inoltre un comunicato finale che ribadiva l’Articolo 5. Nel lungo periodo, però, questa strategia è insostenibile. Gestire Trump non può sostituire la costruzione delle capacità indipendenti di cui l’Europa ha bisogno per proteggersi dalla Russia, dalla Cina e, potenzialmente, perfino dagli stessi Stati Uniti”.
Gli shock energetici via Hormuz, i dazi americani, l’avanzare dell’import cinese. Soprattutto i vecchi membri dell’Unione Europea faticano a reggere gli effetti dell’accelerazione delle nuove relazioni internazionali.
“L’Unione ha svolto un lavoro davvero notevole negli ultimi quindici anni, gestendo una crisi dopo l’altra: dalla crisi dell’euro alla Brexit, dalla crisi migratoria alla guerra in Ucraina, fino alla pandemia di Covid. Da allora nessun altro Stato membro ha seguito il Regno Unito al di fuori dell’Unione e abbiamo persino assistito a un ulteriore approfondimento dell’integrazione europea, come dimostrano l’emissione di debito comune per i fondi di ripresa post-Covid o quelli destinati alla difesa. In molti di questi casi, Bruxelles e gli Stati membri hanno agito più rapidamente di quanto la maggior parte delle persone si aspettasse. Ma il mondo nel quale stiamo entrando è completamente diverso e molto più pericoloso. In futuro diventerà sempre più difficile per l’Unione europea continuare semplicemente ad arrangiarsi (“muddle through”) se non saprà adattarsi a questa nuova realtà”.
Lo spirito europeo sta tenendo meglio del previsto?
“Per molti aspetti, gli europei continuano istintivamente a voler essere quelli che io definisco architetti, cioè progettisti di grandi cornici complessive, spesso eccessivamente giuridicizzate. In questo nuovo ambiente, invece, più frammentato, la strategia più realistica è quella dell’”artigiano”: lavorare pragmaticamente entro i vincoli esistenti, riadattando gli strumenti e le istituzioni già disponibili invece di progettarne di completamente nuovi, e adattandosi rapidamente anziché pianificando tutto in modo esaustivo”.
Anche in un contesto globale di caos e fallimento delle regole, la sfida principale per la tenuta dell’UE è tipo economico. Se tiene l’economia europea tiene anche il modello sociale e l’architettura comunitaria, con le possibilità di nuovi step d’integrazione. Condivide?
“Innanzitutto, direi che non esiste più un ordine globale. E il sistema basato sulle regole non è semplicemente sotto pressione: è morto. Questo significa che l’Europa non può più contare sui meccanismi prevedibili di quell’ordine per garantire la propria sicurezza. Da Bruxelles sono arrivati alcuni segnali incoraggianti riguardo agli investimenti nella difesa, ma ciò di cui c’è bisogno è uno sforzo molto più ambizioso, che tenga conto delle relazioni Draghi e Niinistö. Solo così l’Europa sarà in grado di sopravvivere”.
Visto che la Cina dimostra di voler continuerà a monopolizzare la produzione mondiale sia sui prodotti ad alto valore aggiunto sia sulle merci di poco prezzo, per l’industria europea non è arrivato il momento di imporre nuove politiche tariffarie?
“L’aspetto davvero positivo è che gli europei, con alcune significative eccezioni, stanno finalmente riconoscendo la sfida rappresentata dalla Cina. Solo pochi anni fa questo non era affatto scontato. Detto questo, la risposta europea deve essere molto più ampia del semplice ricorso a dazi difensivi. L’Europa dovrebbe stabilire condizioni di accesso al proprio mercato unico fondate sulla trasparenza, sulla concorrenza leale e sulla reciprocità. Allo stesso tempo deve ridurre le proprie dipendenze della catena di approvvigionamento dalla Cina”.
Gli investimenti in AI sono il nuovo motore della domanda economica mondiale. Realisticamente quanto tempo ha l’Europa per provare a non essere solo un preciso regolatore?
“L’Europa ha già perso la corsa all’intelligenza artificiale. Il suo obiettivo non può essere quello di competere con Stati Uniti e Cina nello sviluppo dei modelli più avanzati. Anziché accettare una dipendenza dalla tecnologia americana o scommettere tutto sulla costruzione di ecosistemi tecnologici completamente autonomi, l’Europa dovrebbe sfruttare la leva di cui già dispone per ridurre al minimo il rischio di azioni ostili nei suoi confronti e valorizzare i propri vantaggi naturali”.
In termini concreti?
“Questo significa imporre standard aperti e formati comuni dei dati negli appalti pubblici, affinché un’azienda sanitaria o una forza di polizia possano cambiare fornitore senza dover ricostruire da zero l’intera architettura dei propri dati. Significa inoltre orientarsi verso la modularità, ossia verso sistemi nei quali diversi fornitori offrano componenti intercambiabili, invece di dipendere da un’unica azienda che vende una piattaforma tutto o niente (all-or-nothing platform). L’obiettivo dell’Europa non dovrebbe essere quello di respingere la tecnologia americana, ma di evitare che gli attuali rapporti evolvano verso forme di dipendenza analoghe a quelle che osserviamo in altri settori, come la difesa”.
La Germania, la prima economia europea, è nel pieno della sua transizione industriale con ricadute pesantissime sul fronte economico. Il futuro dell’integrazione europea passa ancora dal tenere aggrappato il destino dell’Europa a quello economico della Germania?
“La Germania probabilmente diventerà meno trainante sul piano economico, poiché il suo modello di crescita orientato alle esportazioni sta incontrando crescenti difficoltà. Ma, mentre investirà miliardi nella difesa, diventerà molto più influente sulle questioni strategiche”.
Un altro rischio per l’integrazione dell’Ue riguarda la progressiva polarizzazione di Paesi come Germania, Francia, Italia (ma non solo) verso destra e verso movimenti antieuropei. Se salta l’europeismo “di sistema” in uno di questi Paesi si ferma l’Unione? O peggio…
“Ho dedicato molto tempo allo studio della nuova destra nei Paesi che lei ha citato e ho parlato con politici e strateghi dell’AfD, del Rassemblement National e dei vari partiti della destra italiana. Dopo i fallimenti della Brexit, questi partiti hanno abbandonato molte delle loro posizioni esplicitamente anti-Unione europea. Oggi, nella maggior parte dei casi, sostengono la necessità di riformare l’Unione piuttosto che uscirne. Per questo motivo non mi aspetto che la loro eventuale ascesa al governo significhi la fine dell’Unione. Avrà però certamente conseguenze negative sull’allargamento, sul Quadro finanziario pluriennale (Mff) e sui programmi di indebitamento comune. Questo sarebbe certamente il caso se Marine Le Pen vincesse le elezioni presidenziali francesi, poiché una critica ricorrente del Rassemblement National è che l’Unione europea rappresenti uno strumento al servizio degli interessi tedeschi”.
Altro capitolo determinante per la politica europea dei prossimi mesi. I rapporti tra Europa e gli Usa sono destinati a normalizzarsi?
“Credo che gli europei commettano un grave errore nel dare per scontato che le relazioni transatlantiche torneranno alla loro normalità pre-Trump una volta che Trump lascerà la Casa Bianca, anche qualora gli succedesse un presidente democratico. La tendenza al progressivo disimpegno degli Stati Uniti è infatti strutturale, bipartisan, ed è iniziata ben prima dell’arrivo di Trump alla presidenza, con il cosiddetto pivot to Asia di Obama. Detto questo, la presidenza Trump è stata caratterizzata da una certa natura schizofrenica, che è meno probabile contraddistingua l’Amministrazione del suo successore…”.
Ma…
“La chiave per costruire un buon rapporto con gli Stati Uniti nel futuro consiste nell’investire maggiormente nella nostra difesa, nella nostra resilienza e nella nostra autonomia. Potremo avere relazioni stabili con gli Stati Uniti soltanto da una posizione di fiducia e di forza, indipendentemente dal fatto che alla Casa Bianca sieda un’Amministrazione democratica o repubblicana. Solo allora Stati Uniti ed Europa potranno assestarsi su una “nuova normalità”, vantaggiosa per entrambe le parti”.